Informazioni personali

Blog perverso e polimorfo, abitato da forme di vita aliene e virulente: siamo portatori insani del virus del pensiero diagonale.

giovedì 9 maggio 2013

PAUSA CAFFE'






PERSONAGGI:
Paolo.
Vito.
Emiliano detto Zapata.
AMBIENTAZIONE:
Cantiere navale. Macchina del caffè, tra la porta dei cessi da dove
esce un nauseabondo odore di urina e la prua del motoscafo Gheopard
30 MT Sport. Sul lato destro della macchinetta c’è un bidone
di plastica con dentro un sacco nero pieno di bicchierini di carta
mentre davanti, accuratamente sistemati sopra uno scaffale di
ferro, si trovano i grossi fogli di compensato da 15 mm pronti per
esser tagliati. Da dentro la barca fuoriesce un assordante rumore di
pialle elettriche, gattucci e ogni altra sorta di utensile atto a tagliare
il legno o la resina. Nell’aria galleggia una coltre di pulviscolo
marrone talmente leggero e sottile che pare quasi un delicato banco
di nebbia.
VITO: scusi, buongiorno, stavo cercando il signor Paolo della “RS
Resinature Navali”.
EMILIANO: mettiti pure a sedere lì tranquillo (indica i grandi fogli
di compensato di fronte alla macchinetta del caffè) perché il signor
conte Paolo prima delle nove non è mai sul posto di lavoro.
EMILIANO (mentre si mette la mano in tasca in cerca della chiavetta
di plastica verde da mettere dentro la macchinetta): lo prendi
il caffè?
VITO: sì grazie.
EMILIANO: sei anche te di Palermo? Qui dentro ormai siete quasi
tutti siciliani.
Vito annuisce col capo, in silenzio. Dopo alcuni istanti Emiliano
prende l’espresso da sotto il coperchio di plastica trasparente della
macchinetta, glielo passa e preme un’altra volta il tasto del caffè.
EMILIANO: digli al tuo datore di lavoro che quel pezzettino di carta
lì che tieni in mano, può pure infilarselo nel buco del culo. Per
resinare ci vogliono quelle buone, coi cartoncini intercambiabili e
tutto il resto. (Intanto che con la sinistra preleva il suo caffè, col dito
indice della destra indica la mascherina tenuta in mano da Vito).
VITO: Cosa vuol dire tutto il resto?
EMILIANO: sì tutto il resto, una trentina d’euro per andarla a comprare.
VITO: minchia!
EMILIANO: minchia un paio di palle! Con quell’affare di cartone
che ti hanno rifilato, se continuerai a fare questo lavoro, tra una
ventina d’anni ti sveglierai una mattina con un po’ di tosse, andrai
dal medico a farti vedere, e dopo qualche giorno... ualà, la sorpresa:
anche se non hai mai fumato un cazzo di sigaretta in tutta la tua vita,
ti ritrovi un tumore ai polmoni grosso così.
Emiliano detto Zapata inizia a bere il suo caffè e si va a sedere accanto
a Vito sulle tavole di compensato.
EMILIANO: cosa facevi a Palermo?
VITO: il contadino nel piccolo aranceto di mio padre. Adesso non
c’è più lavoro perché quasi tutte le arance le importano dalla Spagn...
EMILIANO (senza neanche fargli finire la frase): il contadino nel
piccolo aranceto di tuo padre!? E tu hai lasciato la tua terra, il profumo
del mare pulito e delle arance e magari anche una ragazza, per
farti mille chilometri e venirti a massacrare per poco più di niente
in un posto come questo? Lo sai, tanto per dirtene una, cosa hanno
iniziato a fare alcune ditte che lavorano in questo splendido cantiere
navale?
VITO (facendo un secco e impercettibile gesto col capo): tsu...
EMILIANO: Siccome dicono che c’è poco lavoro, allora, anziché
pagarti le otto ore al giorno come da contratto e come effettivamente
lavori, te ne pagano soltanto sette e te ne aggiungono una di ferie per
far quadrare i conti sulla busta paga. E invece, quando bisogna consegnare
la barca, facendo finta di piangere per la carenza di lavoro,
allora ti fanno sgobbare anche dodici ore al giorno e te ne retribuiscono
solamente otto.
VITO: minchia!
EMILIANO: e se credi che sia finita qui, ti sbagli di grosso.
VITO: perché?
EMILIANO (con un amaro sorriso scolpito sulle labbra si alza,
prende il bicchiere vuoto dalle mani di Vito e lo getta assieme al suo
dentro il cestino dei rifiuti. Poi torna a sedere): vedi, io sono quello
che in gergo non troppo tecnico viene definito un fannullone, cioè,
un essere umano che si fa le sue otto ore senza rompere i coglioni a
nessuno e che, quando suona la sirena di fine turno ed iniziano gli
straordinari, chiude la cassetta dei ferri e corre a farsi i fattacci suoi.
Se tutti facessero così, anziché comportarsi come il tuo Paolo che
viene sempre a lavorare con quasi due ore di ritardo, le cose secondo
me andrebbero decisamente meglio.
VITO: e lo pagano pure?
EMILIANO: certo che lo pagano, come no?! E non timbra nemmeno
il cartellino, come invece fanno tutti gli altri operai: segna sopra
un pezzo di carta che ha fatto dodici ore, il vostro datore di lavoro si
rumina in tasca ogni venerdì e gli paga al nero tutti gli straordinari
che poi praticamente non fa e delega agli altri. E naturalmente, alla
fine del gioco, se il lavoro è venuto bene e la barca è stata consegnata
nei tempi prestabiliti, tutto il merito è di Paolo; altrimenti, se
le cose vanno male o c’è qualche intoppo lungo la lavorazione, la
merda è tutta di Mocombo, il tuo collega di lavoro.
VITO (ghignando): la dura vita dei responsabili.
EMILIANO (annuendo col capo): la dura vita di chi è buono a leccare
dei culi. (Pausa). Pensa che il vostro principale non si vede
mai e da un punto di vista lavorativo ha cresciuto Paolo a propria
immagine e somiglianza.
EMILIANO (dopo essersi alzato e stirato la schiena): sono le nove
passate e adesso devo tornare a bordo... ah! A proposito (gli tende
la mano sorridendo) io sono Emiliano, ma qui dentro tutti mi chiamano
Zapata.
VITO: io sono Vito (risponde alla stretta di mano anch’egli col sorriso
sulle labbra).
Emiliano detto Zapata esce di scena incrociando Paolo non ancora
vestito con gli abiti da lavoro. I due si guardano per un attimo in
cagnesco. Paolo è di passo veloce, ha i capelli impomatati, indossa
vestiti sportivi e tiene in mano le chiavi della sua motocicletta. Si
mette davanti a Vito che è ancora seduto sulle tavole di compensato
davanti alla macchinetta del caffè.
PAOLO: (con cipiglio austero, da padrone): Vito Renda?
VITO (alzandosi di scatto come una molla): sì.
PAOLO: sono le nove passate e sei ancora alla macchinetta del caffè!?
In fondo al mese il nostro titolare ci paga per essere sul posto di
lavoro alle sette e mezza precise! Capito?
VITO (abbassando lo sguardo, con timidezza): sì...
PAOLO (mantenendo il cipiglio austero ma ammorbidendo leggermente
il tono di voce): stavolta passa perché è il tuo primo giorno
di lavoro, ma bada bene che non si ripeta mai più. La pausa caffè è
dalle otto e quarantacinque alle otto e cinquantacinque. Chiaro?
Vito annuisce col capo, in silenzio e con ancora lo sguardo basso.
PAOLO (tronfio e impettito): allora Vito, stamani devi dare una mano
a quel cretino di Mocombo. Vai a bordo di questa barca, la commessa
30\07 (alza lo sguardo e indica la grossa prua quasi sopra le loro
teste), scendi in sala macchine e lo aiuti a resinare i basamenti dei
motori. Almeno inizi a prendere confidenza con gli attrezzi.
VITO (riacquistando un po’ di forza nel tono di voce): ma non vieni
anche tu a farmi vedere quello che devo fare?.
PAOLO: no! Ci pensa Mocombo! Io dovrei farcela a tornare per
oggi pomeriggio.
VITO: ma chi è Mocombo?
PAOLO: appena sali a bordo lo riconosci subito. Oltre a puzzare come un maiale ammarcito è l’unico negro che lavora in sala macchine.
VITO: ok. Allora io vado, ci vediamo dopo.
PAOLO (con indifferenza e sovrappensiero): sì... sì... ciao...
Vito si gira e con in mano la sua mascherina di cartone tenuta per
l’elastico, incomincia a incamminarsi verso la scala per salire a
bordo alla barca.
PAOLO: oh! (fischio) oh! (fischio) oh! come cazzo ti chiami PALERMO!
Vito, che aveva già percorso una quindicina di metri, si ferma e
capisce che il responsabile lo sta chiamando. Poi si volta nella sua
direzione.
PAOLO: prendi il cellulare che ti lascio il mio numero di telefono.
Vito si toglie il telefono di tasca e dopo aver pigiato qualche pulsante,
lo segna nella rubrica.
PAOLO (mostrando due dita della mano): uno, se per caso capitasse
il principale gli devi dire che sono appena uscito per andare a prendere
del materiale al magazzino. Poi subito dopo mi telefoni. Due,
se vuoi un consiglio da amico non parlare più con quello Zapata.
Quello è un fannullone e sicuramente qui dentro sarà il prossimo ad
essere licenziato.
Pausa.
VITO (col sorriso sulle labbra): ma chi era questo Zapata?
PAOLO (quasi stupito): come non sai nemmeno chi era Fernando
Zapata!? Allora sei proprio duro! Fernando Zapata era un tale che
nel 1700 uccise e mangiò due bambini appena nati giù in Messico,
a Las Plata per l’esattezza.
VITO (ancora sorridente): va bene capo. Allora ci vediamo oggi.
PAOLO: ciao.
Vito si volta nuovamente verso la scala e riprende a camminare.
Paolo, invece, si guarda attorno con aria furbesca e poi schizza al
di fuori della porta d’ingresso del cantiere navale.

mercoledì 1 maggio 2013

La violenza e lo Stato (un abbozzo alquanto parziale)


L'attentato di palazzo Chigi, avvenuto nel corso del giuramento del Governo Letta, ha riproposto vecchie argomentazioni e posizioni ormai scontate, politically correct, sul concetto di violenza. Argomentazioni su cui pesano ancora gli anni di piombo, la strategia della tensione – di tanto in tanto rispolverata da destra e da sinistra – le nuove BR ecc. Comunque tutti concordi nel ripudiarla, nello spingerla giù nello sprofondo dell'inconscio collettivo, affinché si ripresenti solo come sintomo.
Certo, massima deve essere la solidarietà verso i carabinieri feriti domenica scorsa e anche verso quella ragazza di 23 anni che vede suo padre lottare con un destino, in ogni caso, foriero di difficoltà. La violenza fine a sé stessa è sempre da condannarsi senza remore, senza riserve, senza pietà.
Tuttavia, chi sostiene che la violenza tout court sia senz'altro da ripudiare o fa parte dell'establishment o, democratico e pacifista radicale, preferisce chiudere gli occhi di fronte ad un fatto: la violenza non è un disvalore, è uno strumento. Nel primo caso, nel caso di chi appartiene alla classe dirigente, si mette in atto uno schema difensivo, non per condannare la violenza a 360 gradi, ma per salvaguardare il monopolio dell'uso della forza da parte del potere statuale; e ciò è senza dubbio sensato. Il concetto stesso di Stato, nel senso più rigoroso del termine, rivendica per sé il monopolio della forza e della coercizione. É questo monopolio stesso che lo salvaguarda dalle pulsioni disgregatrici che ogni Stato, come centro di potere, cova in seno. Ma c'è un “ma”; c'è sempre un “ma”.
Se lo Stato è virtuoso, se si mantiene nei limiti di un uso virtuoso della coercizione – e qui, naturalmente, apriremmo una voragine, se solo volessimo definire tale virtù nel suo diritto – saprà allora assolvere a dovere il proprio compito. Tuttavia, se solo ci chiediamo quale sia quel limite, quel confine, ecco che è l'intero concetto di Stato ad essere posto in dubbio. Fin dove può spingersi lo Stato nell'esercizio di questa sua prerogativa? E perché? E quando, tale prerogativa, cessa di essere istituzionale?
Ora, è piuttosto evidente che un limite di tal fatta non è tracciabile con precisione, in primo luogo perché, a parità di condizioni, è il sistema valoriale di riferimento – il comune buon senso – che ne influenza la collocazione, in secondo luogo perché, variando con il variare del contesto, quel confine è costitutivamente provvisorio. Insomma, anche se, perché una comunità complessa come uno Stato possa esistere, è necessario che detenga il monopolio della forza – compresa la possibilità di delegarla ad altre mani – quel monopolio, e il limite entro cui esercitarlo, è arbitrario, è discrezionale. Ma, se così stanno le cose, è del tutto legittimo porci un'ulteriore domanda, soprattutto se si tratta di uno stato democratico: fino a qual punto è necessario tollerare quell'utilizzo esclusivistico ma discrezionale della violenza? Quando quell'utilizzo diventa intollerabile? Ma soprattutto, e in tal caso, come possiamo – o dobbiamo, in qualità di cittadini – rispondere?
Credo sia ormai ovvio dov'è che voglio arrivare. Il punto è che l'esercizio della violenza – repressione, coercizione, custodia cautelare, attentato dinamitardo ecc. – chiunque sia ad esercitarla, stato, criminalità, agenzie di vigilanza privata, è sempre arbitrario e deliberato: premeditato.
Ciò che si insegna, per prima cosa, al neofita del pugilato è la guardia, vale a dire si perfeziona la risposta istintiva, naturale, che chiunque oppone ad una aggressione. Il contrattacco è sempre successivo, è il frutto di una libera scelta fra restituire l'offesa e fuggire. L'esercizio della violenza, quindi, non è mai qualcosa di meccanico, di automatico, ma è sempre il frutto di una scelta deliberata ed in quanto tale potenzialmente errata: eccessiva o inutile.
Lo Stato, anche il più liberale e democratico, facendosi carico del monopolio della violenza, si fa carico al contempo della possibilità dell'errore che, in quanto tale, potrebbe mettere a repentaglio la funzione stessa della violenza istituzionalizzata che, invece di salvaguardare l'unità di quella comunità complessa, la disgrega. Da qui la liceità, per chi ne subisce le conseguenze, di valutare la possibile risposta che, in quanto opposta e contraria alla funzione disgregatrice della prima, si fa Stato essa stessa.
Stando proprio a quanto siamo venuti dicendo, la violenza è sempre una scelta, un deliberato. Quando è giusto ricorrervi? Abbiamo dato per scontato che, entro certi limiti, tanto indeterminati da essere solo di principio, è giusto che lo Stato vi ricorra, come funzione difensiva, ma deliberata, della comunità che rappresenta. Ma quando questo ricorso da parte dello Stato diventa in qualche modo lesivo della comunità che lo costituisce, allora è abbastanza naturale pensare che una risposta analoga – da parte della comunità stessa? di un gruppo specifico originato al suo interno? ecc. – sia giusta se salvaguarda l'unità di quella comunità, rifondando lo Stato. É anche in questo senso, io credo, che possa essere intesa la famosa locuzione marxiana, contenuta nel libro I de Il capitale, “La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova”.
L'equivoco pacifista, che vede nella “non violenza” oltranzista un valore universale e necessario, nasce da un malinteso circa il concetto di democrazia. Sono in molti ad ergerla a valore in sé, ma essa, nella misura in cui trova applicazione pratica, è solo uno strumento. C'è un'enorme distanza fra il concetto e l'ipostasi, tale per cui il concetto non trova mai la sua piena incarnazione. É per questo che molti vedono nelle istituzioni democratiche poco più d'un feticcio o di uno strumento che, in quanto tale, ha una sua utilità rispetto ad un fine ma non è un valore universale. All'idealizzazione della democrazia, a partire dalla formula di Pericle, del Discorso agli ateniesi 461 a. c., 

"Il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi... Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace... Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia",

bisogna opporre la sua realtà, una realtà - ci suggerisce J. A. Schumpeter - che “non è assolut[a] e rigoros[a]” e che “ammette deviazioni”. Infatti, 

"Se per [libertà individuale] si intende l'esistenza di una sfera di autogoverno individuale i cui confini sono storicamente variabili – nessuna società tollera una libertà assoluta nemmeno di coscienza e di parola, nessuna società annulla questa sfera – è chiaro che tutto diventa questione di gradi... il metodo democratico non garantisce necessariamente una libertà individuale maggiore di quella che un altro metodo politico consentirebbe in circostanze simili" (J. A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia).

Detto questo, il metodo dialogico, mai violento, come unico metodo di risoluzione dei contrasti, dato un regime democratico, si rivela una pia illusione e l'opzione violenta può divenire, anche in un paese che si riconosce nei principi democratici, un'opzione non soltanto praticabile ma addirittura necessaria.
L'assunto del pacifismo oltranzista si riduce quindi, nella pratica, al principio secondo cui è preferibile adire a vie pacifiste, nella risoluzione dei conflitti, quando ciò sia possibile. Quando ciò non è possibile, la via violenta può divenire l'unica opzione praticabile, ad esempio per rovesciare un governo dispotico oppure per rovesciare un governo formalmente democratico ma che non contribuisce al bene collettivo, ma soltanto di alcuni gruppi specifici.
Circa la domanda, invece, “quando – nello specifico – e a chi e lecito adire a vie violente?”, quando, cioè, si passa da un piano puramente teorico e di principio, a quello della messa in pratica dell'opzione violenta, ebbene, le problematiche che si impongono sono di natura tale da non essere assolutamente risolvibili se non sul piano storico. Chiunque si opponga con la forza all'ordine costituito – e qui non ha alcuna importanza la natura di quell'ordine – è percepito e fatto percepire come un pericolo per la comunità, per la società, per lo Stato. Un pericolo di cui è necessario sbarazzarsi con la sua messa al bando o con la soppressione. In un primo momento, quindi, quale che sia la natura del gruppo o dell'individuo che agisce per vie violente, lo Stato li oblitererà come criminali e, in quanto tali, antisociali. Questo comportamento è del tutto coerente con la linea di difesa dello Stato che passa per il monopolio della violenza. Chi si oppone all'ordine costituito costituisce un pericolo effettivo all'integrità dell'ordine sociale, chi vi si oppone violentemente, passando cioè alle vie di fatto, deve necessariamente essere represso, anche quando il gruppo o l'individuo in questione appartengono agli organi istituzionali dello Stato. Questa è la chiave. Chi allora, avrà al contempo il diritto ed il dovere di farsi carico dell'esercizio della violenza, esercizio che mira a diventare esclusivo facendosi stato e facendosi carico di una scelta deliberata che, in quanto tale, si scopre fallibile? 
E chi, soprattutto, è chiamato a farsi giudice della liceità di quella pretesa? La Storia. Sarà la Storia, la storia dei successi e dei fallimenti cosparsi sulla via dell'esercizio della violenza, sentiero che la percorre per tutta la sua estensione, che ne sancisce le svolte e che giustifica la mitopoiesi storiografica. Lì sta il sottile discrimine che farà di un uomo un volgare criminale o il Padre fondatore dello Stato.

Di Andrew Dok

domenica 28 aprile 2013

La giusta prospettiva su ciò che è facile e ciò che è difficile


É un paradosso, ma lottare per i propri diritti, per quanto sacrosanto, per quanto giusto, è cosa ardua. É maledettamente difficile doversi confrontare, ogni mattina, ogni giorno, con lo sguardo inquisitorio e ingiusto dei capi e dei padroni. Ed è maledettamente più facile e rassicurante fuggire quegli sguardi, rinunciando alla lotta, ma è anche del tutto inutile. Fuggire dalla lotta comporta soltanto l'accettazione passiva dell'ingiustizia e la consapevolezza della propria personale sconfitta. Di più, significa decretare la sconfitta anche di chi ti è caro: di un figlio, di un amico e di chiunque condivida con te la tua stessa sorte. Significa accettare ogni sorta di piccola e grande angheria, che sia un licenziamento oppure il semplice rimbrotto che condanna una tua non colpa. É inutile, perché sopportare tutto questo comporta la creazione di tutta una complessa struttura di giustificazioni, e scuse puerili, che rendano sopportabile la tua fuga, la tua codardia. Ma se ancora riesci a sopportare il peso della tua ipocrisia, che ne sarà di te quando tuo figlio dovrà reggerne il peso? Come giustificherai, allora, il tuo chinar la testa? Domani, quando di prima mattina ti guarderai allo specchio, quando le tue tante scuse saranno ancora sopite, prova a reggere il tuo stesso sguardo; di una cosa sono certo, non ci riuscirai, così come un domani sarai incapace di sostenere quello di tuo figlio. Allora, forse, capirai, ma sarà troppo tardi.
E' vero, non è facile affrontare ogni giorno, quotidianamente, chi ha la pretesa di ergersi al di sopra di te, senza diritto, magari solo perché, genuflettendosi a profusione, è riuscito a strappare una promozione. Ma è sempre e maledettamente più difficile dover sopportare la propria ipocrisia. Perché chi sceglie di non combattere, di fuggire, lo fa consapevolmente e consapevolmente sa di scegliere la via dei non-uomini. L'uomo si differenzia da ogni altro animale non solo per l'intelletto ma, soprattutto, per la volontà. A differenza di tutti gli altri animali, l'uomo ha sempre un'alternativa: l'intelletto la concepisce, la volontà la concretizza. Non ci sono alibi, ma solo la triste e patetica presa di coscienza della propria sconfitta.
Perché si parla di cacasotto? E' un riflesso istintivo comune a tutti quegli animali che hanno, come sola strategia per la sopravvivenza, la fuga. L'animale che si prepara a scappare svuota l'intestino, si alleggerisce, è costretto a farsela addosso. Una vita secondo natura per il coniglio, una vita poco dignitosa per l'uomo. Credo che la via più semplice e naturale, per un uomo, sia affrontare a viso aperto le difficoltà della vita, piuttosto che vivere un'intera esistenza con le mutande sporche di merda.

di Andrew Dok

lunedì 8 aprile 2013

REZA OLIA: L'ARTE COME FORMA DI LOTTA



A voci dalla Piazza Reza Olia, scultore, pittore e membro del C.N.R.I (Comitato Nazionale di Resistenza Iraniana) ci parla d'Italia, cultura e ayatollah. Buona lettura!



  1. Ciao Reza, per chi non ti conosce, puoi dirci chi sei e di cosa ti occupi nella vita?

    Sono lo Scultore Reza Olia, cittadino italiano di origine iraniana. Da oltre cinquant’anni vivo in Italia. Mi sono diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma in scultura e pittura. Politicamente sono impegnato per l’affermazione della libertà e della democrazia nel mio Paese di origine.

  2. Considerata la società in cui viviamo e tenuto conto delle nuove tecnologie che questa mette a disposizione, secondo te, un'artista che della sua arte vuol farne il proprio mestiere, oggi è più o meno agevolato rispetto al passato?

    Sì, oggi la società è più aperta ed evoluta, nonché istruita. Il rapporto delle persone con la tecnologia (es. internet) è molto stretto e ciò permette una più agevole ed immediata diffusione delle idee e dei propri lavori. D’altro canto, però, non nascondo che nel passato la sensibilità culturale ed artistica in tutti i campi dell’arte forse era più accentuata di oggi. Oggigiorno le idee viaggiano velocemente ed altrettanto velocemente spariscono e ciò mette in evidenza la superficialità di molte idee o proposte artistiche, dato che c’è sempre meno spazio per l’approfondimento culturale ed artistico.

  3. Da Renato Guttuso a Giacomo Manzù ad Alberto Moravia nel corso della tua lunga carriera hai collaborato con moltissimi artisti che nel corso degli anni sono divenuti dei veri e propri monumenti della cultura italiana (e non solo). Vista la tua vasta esperienza, l'Italia è ancora il posto adatto per un ragazzo appena uscito dall'accademia e che vuole iniziare a muovere i primi passi nel mondo dell'arte? Oppure deve emigrare?

    In effetti, data la mia lunga permanenza in Italia, mi ritengo fortunato ad aver frequentato i grandi maestri dell’arte italiana, quali Renato Guttuso e Giacomo Manzù, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini. Le opere ed il pensiero di questi grandi maestri, che hanno dato un fondamentale contributo per la crescita culturale italiana dopo il fascismo, sono ancora oggi attuali. A mio avviso, tuttavia, per un giovane artista è difficile poter affermarsi in Italia, in quanto la società italiana mi pare diventata superficiale, senza più una forte sensibilità culturale come un tempo. Non credo che in altri Paesi europei la situazione sia migliore, in quanto in molti di questi Paesi la tensione culturale è di gran lunga inferiore rispetto a quella italiana.

  4. In generale, chi oggi acquista un dipinto o una scultura lo fa per riempirsi l'anima o per fare un piccolo o grosso investimento?

    Chi oggi acquista un’opera da una galleria d’arte o direttamente da un artista dimostra sicuramente passione per l’arte. Chi, invece, acquista un’opera, anche importante, presso un’asta a Londra o New York, probabilmente, lo fa per realizzare un investimento.

  5. Nelle tue opere è sempre ben presente il martirio di un popolo: quello iraniano. Per chi non avesse letto il tuo libro e non sapesse molto degli accadimenti avvenuti ai figli dell'Iran, puoi spiegare in poche parole chi erano e chi sono Reza Pahlavi, Ruhollah Khomeini, Mahmud Ahmadinejad?

    Mi ritengo un artista “impegnato”, così come lo era Guttuso. Attraverso la mia arte intendo denunciare gli orrori che i regimi dittatoriali, prima quello dello Scià e poi quello degli ayatollah, hanno compiuto e compiono ancora nei confronti del mio popolo. Costoro sono solo criminali efferati di “turno”, che godono della protezione occidentale in cambio di petrolio ed armi di ogni genere.

  6. Ormai da molti anni sei un membro di spicco del C.N.R.I (Comitato, Nazionale, di Resistenza, Iraniana) e sei costretto a vivere sotto scorta da parte dei Carabinieri. Per chi non lo sapesse, puoi spiegare cos'è e quali sono gli intenti di questo organismo politico?

    Da moltissimi anni sono membro del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, il quale rappresenta l’unica vera alternativa democratica al regime sanguinario degli ayatollah. Al Consiglio vi partecipano, tra gli altri, anche i Mujahedin del Popolo Iraniano, religiosi laici progressisti e democratici che nulla hanno a che vedere con il fondamentalismo islamico. Vi aderiscono, inoltre, anche altre organizzazioni democratiche, marxiste e molti indipendenti. Per la mia posizione personale ricevo continuamente minacce dal regime di Teheran che mi costringono a vivere continuamente sotto scorta.

  7. Recentemente è scomparsa un'icona della sinistra marxista mondiale come Hugo Chavez. Leggendo il tuo primo libro (il bronzo e l'esilio) ho appreso di come l'ormai ex Partito Comunista Italiano e il Tudeh (il partito comunista iraniano) a loro tempo avessero -eufemisticamente parlando- visto di buon occhio e sostenuto l'ascesa al potere del sanguinario ayatollah Ruhollah Khomeini. Cosa prova un uomo di Sinistra figlio dell'Iran quando accende la televisione e vede le immagini del tanto compianto presidente venezuelano che stringe in maniera molto amichevole le mani al dittatore Mahmud Ahmadinejad? Come mai, secondo il tuo punto di vista, la Sinistra cade sempre in queste assurde contraddizioni?

    Non ho mai amato capipopolo come Chavez o altri come lui e non sono d’accordo con la linea politica del Tudeh. Essi son ben lontani dalle linee politiche a cui a suo tempo si rifacevano i partiti comunisti occidentali. Se i capi del regime iraniano hanno avuto un buon rapporto personale ed affaristico con Chavez, ciò è la conferma che personaggi come lo stesso Chavez non hanno nessun rispetto per i diritti umani più elementari, a prescindere da ogni eventuale area politica di appartenenza.

  8. Sei stato un grande amico di Luciano Lama: la CgiL di Lama, messa in relazione coi lavoratori, in cosa è diversa dalla CgiL di Susanna Camusso?

    Sì, avevo un ottimo rapporto con Luciano Lama, che stimavo come sindacalista e come persona. Lama ha sicuramente difeso i diritti dei lavoratori con fermezza, pur nel rispetto reciproco con le esigenze degli industriali attenti alle tematiche sociali. Oggi sono tempi diversi ed è difficile paragonare la Cgil di oggi con quella di ieri, così come il mondo del lavoro e le sue esigenze sono assai diverse da quelle di un tempo.

  9. Visto che lo hai conosciuto personalmente, quanto manca all'attuale sinistra italiana una figura come Enrico Berlinguer? Perché?

    È difficile rispondere anche a questa domanda; la sinistra di oggi è diversa dal Partito Comunista di un tempo. Ritengo, però, che la linea dell’”onestà” e dei valori di riferimento incarnati da Berlinguer, a mio modesto avviso, si ritrovino oggigiorno all’interno del PD, con tutti i problemi che ciò può comportare in una fase politica difficile come quella che viviamo attualmente.

  10. Sempre leggendo il tuo primo libro, m'è venuto spontaneo farmi una domanda: cosa si prova a trovarsi seduti tra Michail Gorbaciov e Yasser Arafat?

    Beh, se si riferisce alla foto relativa al funerale di Berlinguer, posso dire di essermi ritrovato casualmente a sedere accanto a loro.

  11. Il berlusconismo può a tuo avviso essere considerato una sorta di regime totalitario?

    No, Berlusconi ed i suoi governi, pur con tutte le critiche legittime possibili, non ha mai rappresentato assolutamente un pericolo per la libertà individuale dei cittadini italiani ed è assurdo paragonarlo a regimi totalitari come quello degli ayatollah iraniani.

    intervistato da Nick Belanes.

sabato 6 aprile 2013

INTERVISTA A FEDERICA "GHIGA" SANTORO



Chi sta accanto al mandarino, riceve molti onori. Chi sta vicino alle cucine, riceve cibo”. A voci dalla Piazza Federica "Ghiga" Santoro ci parla di cucina, giardinaggio e sindacato. Buon divertimento!

1)Ciao Ghiga, parlaci un po' di te, cosa fai nella vita?

 Questo è un particolarissimo momento di transizione epocale, quindi mi batto come un samurai per “alleggerire” la vita, per quanto mi sia possibile. Sono alle prese con una strana forma di giardinaggio quotidiano dell'esistenza: taglio, poto, fertilizzo, pianto e getto via le erbacce, aspetto le fioriture ed i frutti. Cerco di non inquinare, di non farlo fare agli altri e di respirare quel poco di aria buona che, forse, ancora abbiamo intorno.

2) Sul tuo profilo di Facebook ho letto una ricetta particolare, un gran bollito. P Puoi riassumerci la ricetta?

Quando si scrivono ricette, non le si riassumono: le si forniscono nei minimi particolari e dosi. Quindi, eccola qui; ricordatevi, però, che per adesso “i cucinati” siamo noi.

GRAN BOLLITO TRADIZIONALE
(Dosi regionali :150 o più politici riciclati, 4 sottosegretari con porCofoglio e un Parlamento qualsiasi ma ben frollato)
Per  coronare un  pranzo elettorale
Si addice presentare un piatto in spuma
Che richiami, per leggerezza, l’ale
D’uccell, passere e tette in gommapiuma.
Recatevi in San Pietro alla novena
E fate d’ostie incetta nelle gote
Che, insieme a del buon succo d’amarena,
verran frullate (a sangue, se si puote).
Con ricotta tessuta a  larghe maglie
Scolpite due politici a Riace
E spargete polistirolo a scaglie
O grattugiato, se così più piace.
Straziate una Sardegna di sei chili
Dietro la porta dello sgabuzzino
E, pria di fare a scaricabarili,
trucidatela a colpi di calzino.
Quando s’immerge il naso nella coca
Non sempre questa viene digerita
Così consiglio di chiamare un’oca
Che fra le cosce protegga la partita
Tostate ostie, Sardegna e del foraggio
E raccogliete l’humus del saor
In un’olla in basalto con formaggio
A destra, a manca ed a tutte l’or.
Terremotate un po’ d’Emilia a caso
Cercando, attenti!, di non darvi arie
E con macerie Aquilane sotto al naso
Mettete sopra al desco le Primarie.
Fate montare l’ira al popolino
Facendovi trovare in barca a remi
Servendo il brodo appena tiepidino
Sopra un taglio di coscia di Noemi.
Spremete intorno e sopra il Municipio,
Un Sindaco, con elisir succosi,
Chè non si sputa nei piatti per principio
O i voti persi saranno, ahimè, onerosi.
Il piatto è pronto ad essere servito.
Spolverizzato con molte odiose tasse,
Portato in piazza a nome di Fiorito
Risulterà delizia per le masse.


3) Secondo te i grandi programmi televisivi di massa come “Amici” e “il grande fratello”, in che maniera hanno inciso sulla cultura e la memoria storica del nostro paese?

Cultura” e “memoria storica”, per me, sono termini che richiamano significati “alti” e “nobili”. Con tutta la buona volontà, non riesco proprio ad associarli ad “Amici” o a “Il Grande Fratello”.

4) La nuova politica proposta da Grillo e dal M5S, a tuo avviso, può o no essere una risorsa per questo Paese?

Sono certa, pur non avendolo votato, che il M5s abbia contribuito a dare quella necessaria accelerazione al processo, sempre predicato e mai attuato, di cambiamento della situazione politico/partitica ormai corrotta e non più proponibile e praticabile. Credo, però, che il M5s abbia contraddizioni e posizioni discutibilissime in molti ambiti, in termini di coerenza e chiarezza, che rischiano di annullare quella spinta positiva che potrebbe, almeno nelle intenzioni dichiarate, perseguire. Esistono “rivoluzioni” che si fanno nelle piazze, mentre, una volta entrati nel gioco politico dei palazzi, le modalità tipiche dei “movimenti” richiedono un cambiamento di strategie e di pratiche. Questo deve essere compreso e rivisto. Ma ciò che più mi infastidisce è il clima di caccia alle streghe e di sterile polemica a cui stiamo assistendo (anche da parte del M5S medesimo), che inquina non poco l'obiettiva analisi del fenomeno “grillino”. Insomma: tutto da vedere e verificare, con obiettività e dati alla mano.

5) Sempre sulle tue informazioni del profilo di Facebook ho visto che parli diverse lingue, tra le quali il cinese e mandarino. Il prodotto interno lordo della Cina, nonostante ultimamente abbia subito un arresto, si aggira attorno al 8%. Considerato il tasso di crescita praticamente nullo di quello italiano, può secondo te il “modello cinese” essere applicato anche all'Italia e risollevare le così le sorti del nostro Paese?

“Chi sta accanto al mandarino, riceve molti onori. Chi sta vicino alle cucine, riceve cibo” (proverbio mandarino che evita di farmi pronunciare in merito alla domanda...)

6) Puoi descriverci in poche parole la tua città (Pistoia) prima e dopo l'avvento della crisi economica?

La mia città è splendida, a guardarla dall'esterno, senza viverci. La mia città la amerei, se non fosse la mia e non la conoscessi nei minimi particolari. La mia città ha provato a vivere, dopo aver dormito per secoli, e sta cercando di restare sveglia; ma ho paura che non ce la farà. Chiude piano piano gli occhi delle sue attività, delle sue piazze, del suo verde meraviglioso, dei suoi progetti. Come ovunque accade. Anche la mia città è tanto malata. Eppure, sarebbe così bella...

7) Secondo te i grandi programmi televisivi di massa come “Amici” e “il grande fratello”, hanno o no inciso in una qualche maniera sul propagarsi della crisi? Se sì, in quale maniera?

Persone inesistenti hanno fatto credere come veri sogni inutili e terribili. “Mai accettare sogni dagli sconosciuti” diceva quel saggio (che non era fra quelli scelti per tutti noi da Napolitano); ma, quando la vita vera pare non darti niente o nessuno ti ha insegnato a capire i valori che contano davvero, il sogno diviene una trappola affascinante a cui abbandonarsi.

8) Secondo le tue esperienze nel campo lavorativo, il sindacato di oggi riesce a rappresentare anche i precari e i disoccupati?

Risposta secca e di pancia (vuota): NO.

9) Pur se con molti problemi e con alcune forti contraddizioni la Cgil negli anni '70 pareva riuscire a rappresentare in maniera adeguata i lavoratori oltre che al tavolo delle contrattazioni anche da un punto di vista culturale. Oggi è sempre così o le cose sono cambiate?

Le cose sono molto cambiate, ovviamente. L'evoluzione dei Sindacati, come del resto quella dei partiti della sinistra storica, non c'è stata; anche se lo scollamento fra la base dei lavoratori e il sindacato è stata forse più lenta e apparentemente meno lacerante, fino a poco tempo fa. Adesso, anche su questa questione, siamo ad una epocale resa dei conti.

10) Secondo le tue esperienze è possibile fare politica attiva sui social network come Facebook?

FB è uno strumento. Semplicemente. E' ovvio e scontato che un social network come FB aiuti nella circolazione delle informazioni e amplifichi le possibilità di confronto, di aggregazione e di dibattito politico; amplifica, però, anche la confusione e il fraintendimento comunicativo. Sono stata attivista del Popolo Viola ed, in seguito, fra i fondatori della Rete Viola, due movimenti nati ed in parte cresciuti su Facebook. Non è stato poco quello che siamo riusciti a fare tramite la rete, ma ancor più importante è ciò che siamo riusciti a fare portando la nostra voce al di là di tastiere e monitor (anche se è stato, ad una analisi a posteriori, un'occasione sprecata per molti motivi). La politica vera richiede soprattutto un contatto non virtuale e una partecipazione fisica diretta. E' necessario guardarci in faccia, ascoltare le voci, sentire le emozioni ed i sentimenti senza mediazioni di alcuna sorta. La politica “attiva” è incontro vero di persone e di luoghi, scambio di vite vissute ed esperienze, di litigi furibondi e di entusiasmi condivisi. Cosa c'è di più bello? 

intervistata da Nick Belanes.