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Blog perverso e polimorfo, abitato da forme di vita aliene e virulente: siamo portatori insani del virus del pensiero diagonale.
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lunedì 30 settembre 2013

LA VERTENZA.....



La segreteria della della Filcams Cgil si era appena riunita nel bunker segreto della nuova Camera del Lavoro di Stalinlucca, un palazzo di vetro che come un fungo s'ergeva al centro della città. Una luce bianca inondava la stanza e davanti a un enorme monitor a 84 pollici Lcd 4k, seduti attorno a un grande tavolo in cristallo, il compagno segretario, il compagno informativo e il compagno dell'ufficio vertenze, stavano attendendo in trepida attesa l'inizio della parte finale dell'operazione “Grande Fratello.....No grazie!!!”. Una lavoratrice di un noto locale della vicina Morte dei Marmi si era infatti andata a lamentare proprio dal compagno dell'ufficio vertenze che lì, in quel bar all'ultima moda dove venivano servite le apericene su vassoi di titanio contornati da led colorati alimentati a falcata, il suo titolare, un uomo calvo e non tanto alto e che adesso con la sua pancia propinante come una mongolfiera un po' sgonfia stava impallando quasi tutto lo schermo, aveva fatto installare delle telecamere modello CIA a controllo remoto direttamente puntate sul bancone del bar, sulla veranda dei tavoli e in cucina proprio dietro alle spalle della cuoca. Una faccenda vietata da qualsiasi legge umana, penale o divina. E poi, come se non bastasse, spiegò la cameriera Giuseppina con un piacevole e strano tono di voce leggermente sforzato durante quel suo primo incontro col sindacato: - e come se non bastasse non sono nemmeno assicurata!-. “Però il monitor non le rende giustizia” pensava proprio il compagno dell'ufficio vertenze, ritornando col pensiero a quelle parole. Creola, alta all'incirca un metro e ottanta centimetri, con un fisico mozzafiato da far invidia a Jessica Rabbit accarezzato da lunghissimi capelli corvini impalpabili come la seta, la compagna Beppa -questo fu subito il nome di battaglia affibbiatele dal compagno segretario una volta che la donna ebbe preso la tessera-, con una microcameraspia rest one accuratamente installata dal compagno tecnico proprio al centro del suo striminzitissimo top da lavoro, si stava infatti allontanando dal suo principale per sculettare il più velocemente possibile con in mano un pezzo di metallo rettangolare che riluceva come un alberello di natale.
-Passa alla telecamera due- tuonò il compagno segretario, guardandosi con aria indispettita attorno la stanza. Il compagno informativo, colui addetto alla formazione-informazione del personale della Camera del Lavoro di Stalinlucca, muovendo appena appena l'indice della mano sinistra sfiorò il tasto rest two del pannello oleografico posto sul tavolo delle riunioni e commutò la microcameraspia a nano pixel installata sugli abiti da lavoro della compagna Beppa, con quella precedentemente applicata dal compagno infiltrato sul soffitto della veranda con vista sul mare del locale.
-Compagno informativo- tuonò poi il compagno segretario indicando tre grandi bassorilievi di purissimo vetro di Murano appesi a una delle bianchissime pareti del bunker. -E' mai possibile che i ritratti dei Compagni Longo e Di Vittorio siano appesi in maniera perfetta e che quello al centro, quello della compagna Camusso, non ci sia modo e maniera di farlo stare diritto!?-.
-Ci penso io compagni state tranquilli- disse il compagno dell'ufficio vertenze alzandosi di scatto dalla sua sedia di plastica polvirex colo panna. Arrivato a grandi passi alla porta del bunker- bianca anch'essa- si fece scansionare la retina da una lucettina verde che in tutto quel pallido candore riluceva come la sottile lama di una spada Jedi e, una volta essersi fatto scansionare anche l'impronta digitale del pollice sinistro da uno scanner elettronico, uscì fuori dalla sala riunioni per farvici ritorno subito dopo con in mano un tubetto di attacca tutto mille chiodi di ultima generazione.
-Mi raccomando di normalizzare una volta per tutte questa noiosa faccenda!!- rimbombò nuovamente come un tuono la voce del segretario.
-Ecco fatto!- disse infatti il compagno dell'ufficio vertenze, dopo aver messo velocemente due punti di colla ai lembi inferiori del delicatissimo ritratto della compagna Camusso. -Adesso anche la Susy è perfettamente allineata coi compagni Longo e Di Vittorio-.
-Perfetto torna a sedere- s'intromise la voce robusta del compagno informativo, con lo sguardo puntato sul monitor a 84 K Lcd 4k. La compagna Beppa infatti era già entrata nella veranda con vista sul mare dove venivano servite le apericene e sul maxi schermo, quasi a grandezza naturale, ora appariva la sua figura ripresa dall'alto che stava appoggiando il vassoio in titanio coi coloratissimi led lampeggianti con sopra delle bevande anch'esse di mille colori, al centro di un tavolino contornato da ragazzi che con la bava alla bocca non riuscivano a toglierle gli occhi di dosso. Su dei tacchi a spillo alti così, fasciati in quell'attillatissimo top dove al suo centro era stata installata sotto forma di strass la microcameraspia a nano pixel rest one e un un paio di pantaloni di jeans sapientemente tagliati ad altezza chiappa, aveva infatti due tettone ed un culo talmente esplosivi che Michelangelo in persona pareva aver sapientemente ricavato da un robusto, sinuoso e flessibile tronco di ebano.
-Torna a sedere!- tuonò nuovamente il compagno segretario, con lo sguardo rivolto verso le tre fragili gigantografie adesso finalmente tutte perfettamente allineate. Il compagno dell'ufficio vertenze, anch'egli con lo sguardo puntato sul maxi schermo sobbalzò, richiuse alla svelta il tubetto d'attacca tutto mille chiodi d'ultima generazione e in un nano secondo fu nuovamente in prossimità della sua postazione. Ma proprio mentre fece per scostare la sua sedia di plastica polvirex color panna dal tavolo in cristallo per mettersi a sedere, WROOMMMM!!, un rumore assordante riecheggiò per tutto il bunker. Di normalizzare quella faccenda che tanto pungeva lo sguardo del compagno segretario, sembrava che non ci fossero proprio modo e maniera: i ritratti dei Compagni Longo e Di Vittorio s'erano di colpo staccati dal muro ed erano rovinati al suolo finendo così in mille pezzi.
-Compagni maledizione!!- picchiò il pugno sul tavolo di pregiato cristallo facendolo vibrare tutto, il compagno segretario. Gli altri due compagni di corsa uscirono dal bunker segreto della Camera del Lavoro di Stalinlucca e dopo aver preso il nuovissimo ascensore con propulsione ad anti materia ed essere stati all'ufficio storico situato su al cinquantesimo piano, fecero ritorno nel bunker segreto con in mano altre due gigantografie sempre in pregiatissimo vetro di Murano.
-Ci sono rimaste solamente queste- dissero all'unisono mostrando al compagno segretario i faccioni sorridenti di Ottaviano del Turco e di Guglielmo Epifani.
-Bene ripulite tutto e appendetele. Poi dedichiamoci all'operazione Grande Fratello...No grazie!-. Poggiati un attimo a terra i preziosi ritratti il compagno informativo batté due volte le mani e s'aprì una porticina infondo alla stanza da dove fuoriuscì un robot umanoide con in mano una pattumiera e una scopa. Si chiamava Silvio e con un parrucchino di plastica sopra la testa e un abbagliante sorriso di finissima porcellana subpatinata a trentadue denti stampato sul volto, era vestito in doppio petto blu, con calzoni blu, camicia e cravatta blu. Di tecnologia tedesca, venne ordinato giusto qualche mese prima dal compagno magazziniere a un'azienda multidivisionale con sede legale in bassa Sassonia, facente direttamente capo al colosso della Volswagen. Come se non bastasse a garantirne l'affidabilità, era trapelata la notizia che addirittura ne usasse uno del tutto identico anche la cancelliera Merkel, per le sue faccende domestiche. Besen hinterlässt keine flecken, ideal für schrank, c'era scritto sopra la scatola da imballaggi scaricata dal corriere di Amazon proprio di fronte al portone d'ingrasso della nuova Camera de Lavoro di Stalinlucca.
-Grazie Silvio- dissero i compagni una volta che il robot ebbe ripulito tutto il prezioso vetrame dal pavimento, guardandolo sibilare dal culo delle rarefatte nuvolette di gas aromatizzate al pino silvestre per poi rientrare svelto svelto dentro il buco nella parete in fondo alla stanza.
-Adesso svelti, attaccate i ritratti di vetro. Qui la situazione sta iniziando a farsi interessante- esclamò a mezza voce il compagno segretario. Le immagini trasmesse dal monitor di futuristica generazione 4K, mostravano infatti il maialesco volto del datore di lavoro che seduto dietro alla cassa stava armeggiando qualcosa con un grosso telefono cellulare. Sicuramente il controllo remoto delle telecamere modello CIA per spiare i suoi dipendenti. Non c'era più un attimo da perdere e normalizzata la situazione dentro la stanza del bunker, appese cioè saldamente al muro le nuove gigantografie in vetro di Murano dei volti sorridenti dei compagni Ottaviano del Turco e Guglielmo Epifani accanto a quello sornione della compagna Susanna Camusso, finalmente i due sindacalisti poterono raggiungere il loro capo al grosso tavolo di cristallo e dedicarsi all'operazione “Grande fratello......No grazie!!”.
-Allora qual'era il piano?- chiese proprio quest'ultimo quando tutti e tre rifurono allineati dietro al tavolino comodamente seduti sulle loro sedie di plastica polvirex color panna.
-Quando il farabutto s'apparta per spiare i dipendenti col cellulare, la compagna Beppa lo coglierà in fragranza di reato e gli scatterà una fotografia con la microcameraspia a nano pixel rest one- disse il compagno informativo.
-E così poi a quel porco gli facciamo la vertenza- ghignò subito dopo il compagno dell'ufficio vertenze.
-Va bene signor....no scusate compagni, adesso datemi l'audio- disse il compagno segretario rilassandosi sulla sua postazione.
Il compagno informativo fece nuovamente scivolare l'indice sinistro sopra il pannello a touch screen oleografato sul tavolo di cristallo e da un impianto Bose sounround che comandava cento trentacinque mini speaker installati dentro a un contro soffitto rivestito di pelle bianca, fuoriuscì un suono che riproduceva fedelmente in tutto e per tutto le voci, i rumori e anche i più sottili tintinnii di bicchieri che si susseguivano dentro il locale. In mezzo ai vari “mamma mia che culo” e “mamma mia che tette”  e al vivace brusio di voci e schiamazzi che aleggiava dentro il locale, il volto serio e tirato della compagna Beppa, per alcuni brevissimi istanti, apparve inquadrato in primissimo piano dalla telecamera rest two in tutta la sua strana, angelica e devastante bellezza. Decine di microscopici forellini attorno alle labbra leggermente rialzate e infiammate da un fiammeggiante rosso infuocato, centinaia di piccoli bucherelli praticamente invisibili ad occhio nudo sulle guance lisce come la pelle di un neonato, le conferivano infatti una creola espressione stranamente sintetica e di artefatta magnificenza. Erano appena le 23:18, una luna estiva grossa come un pompelmo rifletteva i suoi tediosi raggi sopra le enormi vetrate della camera del lavoro illuminando d'argento una Stalinlucca già sprofondata nel sonno. Al contrario, invece, il mega schermo a 84 pollici 4k davanti al quale ormai da qualche era seduta la segreteria della Filcams e i cento trentacinque mini speaker installati al soffitto, continuavano in maniera imperterrita a trasmettere nel segretissimo etere del bunker le frizzanti immagini della Morte dei Marmi by night: sculettanti cameriere d'ogni nazionalità mezze nude che affannosamente dispensavano ai tavoli le bevande sopra quei costosissimi vassoi in titanio contornati dai coloratissimi led alimentati a falcata; ragazzi e ragazze di giovanissima età agghindati di tutto punto seduti ai tavoli con sorrisi larghi da orecchio a orecchio che in maniera quasi scomposta sorseggiavano i drink appena serviti; luci soffuse, schiamazzi, risa, musica e discorsi d'amore e d'odio e d'altre sciocchezze. Sopra tutto regnava però la voce particolare e sempre leggermente sforzata della compagna Beppa che, come se niente fosse, con fare ammiccante e un poco civettuolo, rispondeva come da contratto mai sottoscritto colpo su colpo alle avance ora di questo e ora di quell'altro sbarbino. Il padrone grassone dall'aria un po' maialesca, nel frattempo, mentre metteva i quattrini in saccoccia senza battere neanche uno scontrino e con un occhio salutava da dietro la cassa i clienti che entravano e uscivano dal locale, con quell'altro sbirciava il quadrante in purissimo Gorilla Glass di un cellulare High tech. Questa situazione di stallo andò avanti fin quasi alle due del mattino, cioè fino a quando il locale non si fu completamente svuotato, i vassoi in titanio contornati dai led alimentati a falcata non furono tutti accuratamente riposti e le belle cameriere sculettanti, stracche e stravolte dalla fatica come delle piccole schiave, non iniziarono a zampettare qua e là sopra i loro tacchi a spillo per ripulire i tavolini della veranda con vista sul mare. Con gli occhi arrossati dalle tante ore passate davanti al monitor i compagni della Filcams videro poi il padrone con l'aria maialesca alzarsi da dietro il ricevitore di cassa, attraversare la sala dove le sue dipendenti erano tutte impegnate nelle opere di pulizia e svelto, con in mano il suo controllo remoto, sbirciare furbescamente il culo formoso della compagna Beppa per andarsi infine a rinchiudere nella toilette in fondo alla stanza. Dai cento trentacinque mini speaker incassati nel contro soffitto del bunker e dal monitor 4K, adesso fuoriuscivano una sottile e piacevole musica Dub accompagnata dal volto sfiancato della compagna Beppa e dalla sua voce che, anziché risuonare con quel suo tuono sempre un po' piacevolmente sforzato, adesso, nelle orecchie dei tre sindacalisti, riecheggiava molto più profonda e baritonale.
Si si, dev'essere proprio la stanchezza, si dissero perplessi gli uni con gli altri i componenti della segreteria della Filcams di Stalinlucca. Poi con un filo di voce il compagno segretario ordinò di commutare sulla microcameraspia rest three, e l'indice della mano sinistra del compagno informativo sfiorò nuovamente il pannello touch screen oleografato sopra il tavolo di cristallo. Subito apparvero le immagini di un bagno color crema modello extra lusso in stile romano, con i capitelli di marmo e due busti di Caligola e Nerone posti ai lati di un'enorme specchiera che occupava l'intera parete dei lavandini. Il tutto, sotto una luce opaca e perfettamente studiata per far risaltare al massimo il colore dei rivestimenti, era rifinito da fiori e brocche di finissima terracotta. Senza badare a spese il padrone del locale aveva fatto costruire anche una cascata ottenuta dall'acqua di mare che alimentava una grossa vasca a idromassaggio in stile Bernini la quale, scendendo direttamente dal soffitto e rilasciando nell'aria un suono dal retrogusto un po' esotico, adesso riecheggiava mellifluamente come una ninna nanna dentro i cento trentacinque minispeaker del bunker. Poco distante da tale meraviglia architettonica, come un pugno in un occhio, come un cavolo a merenda, come un sintetizzatore elettronico di ultima generazione in un vecchio pezzo dei Rolling Stones, gli sguardi dei componenti della segreteria della Filcams furono colpiti dall'immagine del maiale con le braghe calate che stava seduto sopra la tazza di un cesso che rassomigliava niente di meno che all'astronave di Goldrake. Aveva delle cosce grandi come prosciutti di terza categoria allargate sopra le lame rotanti e dal tronco, flosce e disfatte, gli ricadevano giù fino a ricoprirgli i ginocchi delle grottesche, nauseabonde e sudaticcie lonze di grasso. Sotto gli occhi esterrefatti e schifati dei tre amigos sindacalisti, mentre con una mano teneva stretto il suo controllo remoto che trasmetteva le immagini di una telecamera modello CIA puntata sul culo rotondo della compagna Beppa, con l'altra, dopo aver raspato per qualche minuto in mezzo a tutto quel mare di lardo, il maialesco datore di lavoro tirò fuori da quel l'informe e bizzarro ammasso di ciccia un piccolo membro arricciato come un sottile aspirale. E Subito, impaziente e incominciando a grugnire, prese a tirarselo su e giù come una piccola sega.
-Che schifo!- esclamarono all'unisono i sindacalisti, dovendo assistere loro malgrado a quel turpe spettacolo. Anche i vitrei sguardi appesi alla parete del bunker dei compagni Del Turco ed Epifani, riunitisi in assemblea super straordinaria assieme a quello sornione e sbirciante della compagna Camusso, deliberarono all'unanimità di opporsi allo show, scioperare e voltarsi dall'altra parte.
-Passa subito a rest two- ordinò infatti il compagno segretario al compagno informativo, portandosi di scatto le palme delle mani sugli occhi. All'interno della veranda con vista sul mare, intanto, con sempre la musica Dub in sottofondo, tra i tavoli ancora mezzi arruffati, la compagna Beppa aveva riunite al centro della stanza le altre colleghe. Con le unghie lunghe, curate e perfettamente smaltate di un rosso granata che contrastando a dovere con il colore della carnagione creola sapeva quasi d'erotico, stringeva fiera e forte nella mano la sua nuova tessera della Filcams rilasciategli dal compagno dell'ufficio vertenze in persona.
-Adesso gli faccio la vertenza- diceva con tono di voce stranamente profondo alle altre cameriere, la Giuseppina. Tutte le ragazze, chi bruna e chi bionda e chi rossa, avevano le stesse tette straripanti così, il solito culo dirompente, i medesimi abiti indecenti e l'uguale faccia stravolta da una comune indignata stanchezza. Tutte belle e sfigurate alla stessa maniera. Ma c'era di più: il volto sempre perfettamente curato della compagna Beppa, forse proprio per una rabbia repressa e che adesso poteva finalmente trovare uno sfogo, assumendo un'espressione di mascolinità si era tutto irrigidito diventando pieno di spigoli. Pareva quasi avesse tolto una maschera. Anche il collo solitamente liscio, sinuoso e lungo come una raffinatissima brocca da vino, le s'era di colpo deformato e gonfiato divenendo molto simile a un nodoso ciocco di pino. Poi subito dopo, senza stare nemmeno ad ascoltare i discorsi in italiano stentato fatti delle altre ragazze, la compagna Beppa, una volta deglutito e fatto muovere il mento in maniera anormale, cominciò a marciare sopra i sui tacchi a spillo con passo marziale, quasi da corazziere, in direzione del bagno. TIC...TAC...TIC...TAC
-Ci siamo!- esclamò il compagno segretario con gli occhi puntati sul monitor a Led 84 pollici 4K. -Adesso entra nel bagno, scatta la foto al maiale con la microcameraspia rest ome e così abbiamo le prove che quelle cazzo di telecamere modello CIA che in maniera illegale spiano i dipendenti durante il turno di lavoro, sono pure collegate a un sistema remoto-.
-Passo a rest three?- chiese tutto infervorato il compagno informativo.
Si, annuirono all'unisono il compagno segretario e il compagno dell'ufficio vertenze. Ma proprio mentre la compagna Beppa stava per aprire la porta del bagno imperiale in stile Romano, accadde quello che mai e poi mai sarebbe dovuto accadere: per un calo di tensione improvviso, o per un'intromissione dei servizi segreti del SISMI all'interno dei computer della Camera del lavoro di Stalinlucca, oppure per un'altra inspiegabile fatalità di sconosciuta natura, il pannellino touch screen oleografato sul tavolo in cristallo delle riunioni fece cilecca.
-Maledizione!!- esclamò stavolta il compagno dell'ufficio vertenze. Si susseguirono così alcuni profondi istanti di desolante silenzio. Dai microspeaker non fuoriuscivano altro che le note di una vecchia canzone di Bill Laswell e qualche incomprensibile parola in stretto rumeno pronunciate da un paio di cameriere. Poi, tutto a un tratto, fulmineo come un tuono che irrompe squarciando l'aria, SHWAAAM!!, il suono sibilante di uno spadone appena sguainato seguito da un secco, atroce e orrendo grugnito di terrore, si levò improvviso e senza mezzi termini da dietro la porta del bagno. Sembrava che la compagna Beppa avesse sguainato qualcosa! Il cinguettio dei passeri di tutto il mondo si chetò di botto, Bill Laswell smise di colpo di cantare e le cameriere -che già forse avevan capito-, si misero a ridere in maniera scomposta: il maiale stava per essere accontentato e incannato. E che canna! Un arnese a metà strada tra una Beretta Rocco Siffredi e un Winchester modello Jhon Holmes. Poi, dai cento trentacinque minispeaker incassati dentro il contro soffitto rivestito di pelle bianca della Camera del Lavoro di Stalinlucca, fuoriuscirono dei suoni incomprensibili sicuramente dovuti a una breve ma agguerrita colluttazione, seguiti subito dopo da un soffice, delicato, ritmato, inconfondibile e martellante: TUMP...TUMP...TUMP...TUMP...TUMP...
Gli infernali grugniti maialeschi, colpo su colpo, andarono pian piano a chetarsi fino a divenire un ambiguo e inspiegabile miagolio
-Che cosa sta succedendo la dentro?- disse stupito il compagno segretario.
Tump...tump..un..po'..tump..tump..per...uno..a..tump..tump..prenderlo..tump..tump..in...culo....tump..tump...diceva intanto che martellava, la compagna Beppa. E di seguito, con una voce,profonda,divertita,godereccia:...brutto..maiale...tump..tump..sei..sotto...tump..vertenzaaaa...tumptumptumptump...sind..ahh..ahhhh...tumptumptumptump..sindacale..ah..ah..ahhhhhhhhhh....................
Poi di nuovo silenzio.
-Ma che cosa è successo là dentro?- chiese ancora stupito il compagno segretario, avvicinando il viso alle immagini trasmesse dalla microcamera spia rest two.
-Come che cosa è successo?-gli rispose il compagno dell'ufficio vertenze. - La compagna Beppa gli ha appena fatto la fotografia, almeno adesso possiamo inchiodare ben bene quel porco,  fargli una bella vertenza e un culo così-.
-A quello mi sa che ci abbia già pensato la Giuseppina- ghignò a ruota il compagno informativo, indicando le immagini trasmesse dal monitor. Il gestore del locale tutto dolorante e arruffato, con le gambe allargate e leggermente piegato sulle ginocchia, stava infatti uscendo in tutta fretta dalla porta del bagno per fuggire chissà dove. Dopo un po' di minuti, con tutta la sua femminilità ritrovata e la sua andatura da femmina creola mozza fiato, la compagna Beppa uscì anch'ella dal bagno imperiale in stile romano e sculettando verso il centro della veranda con vista sul mare, con quel suo tono di voce di nuovo piacevolmente sforzato, disse: -operazione Grande Fratello...No grazie..conclusa!-.
Pfuff...fine delle trasmissioni.
-Bene adesso dobbiamo festeggiare- sorrise felice il compagno segretario, rilassandosi sulla sua sedia di plastica polvirex di colr bianco panna e sbattendo due volte le mani. Dal suo buco in fondo alla parete uscì nuovamente il robot Silvio. Al posto della scopa e della pattumiera stavolta portava in mano un vassoio d'argento con sopra tre calici da champagne modello Svalka e una bottiglia fredda e sudata di Cristal antica riserva etichetta bianca. Con passo robotico s'avvicinò al grande tavolo in cristallo delle riunioni e dopo aver fatto saltare il tappo con una mossa di karate, disse: BU-O-NA-FILCAMS-A-TUT-TI.

by Nick Belanes.

giovedì 9 maggio 2013

PAUSA CAFFE'






PERSONAGGI:
Paolo.
Vito.
Emiliano detto Zapata.
AMBIENTAZIONE:
Cantiere navale. Macchina del caffè, tra la porta dei cessi da dove
esce un nauseabondo odore di urina e la prua del motoscafo Gheopard
30 MT Sport. Sul lato destro della macchinetta c’è un bidone
di plastica con dentro un sacco nero pieno di bicchierini di carta
mentre davanti, accuratamente sistemati sopra uno scaffale di
ferro, si trovano i grossi fogli di compensato da 15 mm pronti per
esser tagliati. Da dentro la barca fuoriesce un assordante rumore di
pialle elettriche, gattucci e ogni altra sorta di utensile atto a tagliare
il legno o la resina. Nell’aria galleggia una coltre di pulviscolo
marrone talmente leggero e sottile che pare quasi un delicato banco
di nebbia.
VITO: scusi, buongiorno, stavo cercando il signor Paolo della “RS
Resinature Navali”.
EMILIANO: mettiti pure a sedere lì tranquillo (indica i grandi fogli
di compensato di fronte alla macchinetta del caffè) perché il signor
conte Paolo prima delle nove non è mai sul posto di lavoro.
EMILIANO (mentre si mette la mano in tasca in cerca della chiavetta
di plastica verde da mettere dentro la macchinetta): lo prendi
il caffè?
VITO: sì grazie.
EMILIANO: sei anche te di Palermo? Qui dentro ormai siete quasi
tutti siciliani.
Vito annuisce col capo, in silenzio. Dopo alcuni istanti Emiliano
prende l’espresso da sotto il coperchio di plastica trasparente della
macchinetta, glielo passa e preme un’altra volta il tasto del caffè.
EMILIANO: digli al tuo datore di lavoro che quel pezzettino di carta
lì che tieni in mano, può pure infilarselo nel buco del culo. Per
resinare ci vogliono quelle buone, coi cartoncini intercambiabili e
tutto il resto. (Intanto che con la sinistra preleva il suo caffè, col dito
indice della destra indica la mascherina tenuta in mano da Vito).
VITO: Cosa vuol dire tutto il resto?
EMILIANO: sì tutto il resto, una trentina d’euro per andarla a comprare.
VITO: minchia!
EMILIANO: minchia un paio di palle! Con quell’affare di cartone
che ti hanno rifilato, se continuerai a fare questo lavoro, tra una
ventina d’anni ti sveglierai una mattina con un po’ di tosse, andrai
dal medico a farti vedere, e dopo qualche giorno... ualà, la sorpresa:
anche se non hai mai fumato un cazzo di sigaretta in tutta la tua vita,
ti ritrovi un tumore ai polmoni grosso così.
Emiliano detto Zapata inizia a bere il suo caffè e si va a sedere accanto
a Vito sulle tavole di compensato.
EMILIANO: cosa facevi a Palermo?
VITO: il contadino nel piccolo aranceto di mio padre. Adesso non
c’è più lavoro perché quasi tutte le arance le importano dalla Spagn...
EMILIANO (senza neanche fargli finire la frase): il contadino nel
piccolo aranceto di tuo padre!? E tu hai lasciato la tua terra, il profumo
del mare pulito e delle arance e magari anche una ragazza, per
farti mille chilometri e venirti a massacrare per poco più di niente
in un posto come questo? Lo sai, tanto per dirtene una, cosa hanno
iniziato a fare alcune ditte che lavorano in questo splendido cantiere
navale?
VITO (facendo un secco e impercettibile gesto col capo): tsu...
EMILIANO: Siccome dicono che c’è poco lavoro, allora, anziché
pagarti le otto ore al giorno come da contratto e come effettivamente
lavori, te ne pagano soltanto sette e te ne aggiungono una di ferie per
far quadrare i conti sulla busta paga. E invece, quando bisogna consegnare
la barca, facendo finta di piangere per la carenza di lavoro,
allora ti fanno sgobbare anche dodici ore al giorno e te ne retribuiscono
solamente otto.
VITO: minchia!
EMILIANO: e se credi che sia finita qui, ti sbagli di grosso.
VITO: perché?
EMILIANO (con un amaro sorriso scolpito sulle labbra si alza,
prende il bicchiere vuoto dalle mani di Vito e lo getta assieme al suo
dentro il cestino dei rifiuti. Poi torna a sedere): vedi, io sono quello
che in gergo non troppo tecnico viene definito un fannullone, cioè,
un essere umano che si fa le sue otto ore senza rompere i coglioni a
nessuno e che, quando suona la sirena di fine turno ed iniziano gli
straordinari, chiude la cassetta dei ferri e corre a farsi i fattacci suoi.
Se tutti facessero così, anziché comportarsi come il tuo Paolo che
viene sempre a lavorare con quasi due ore di ritardo, le cose secondo
me andrebbero decisamente meglio.
VITO: e lo pagano pure?
EMILIANO: certo che lo pagano, come no?! E non timbra nemmeno
il cartellino, come invece fanno tutti gli altri operai: segna sopra
un pezzo di carta che ha fatto dodici ore, il vostro datore di lavoro si
rumina in tasca ogni venerdì e gli paga al nero tutti gli straordinari
che poi praticamente non fa e delega agli altri. E naturalmente, alla
fine del gioco, se il lavoro è venuto bene e la barca è stata consegnata
nei tempi prestabiliti, tutto il merito è di Paolo; altrimenti, se
le cose vanno male o c’è qualche intoppo lungo la lavorazione, la
merda è tutta di Mocombo, il tuo collega di lavoro.
VITO (ghignando): la dura vita dei responsabili.
EMILIANO (annuendo col capo): la dura vita di chi è buono a leccare
dei culi. (Pausa). Pensa che il vostro principale non si vede
mai e da un punto di vista lavorativo ha cresciuto Paolo a propria
immagine e somiglianza.
EMILIANO (dopo essersi alzato e stirato la schiena): sono le nove
passate e adesso devo tornare a bordo... ah! A proposito (gli tende
la mano sorridendo) io sono Emiliano, ma qui dentro tutti mi chiamano
Zapata.
VITO: io sono Vito (risponde alla stretta di mano anch’egli col sorriso
sulle labbra).
Emiliano detto Zapata esce di scena incrociando Paolo non ancora
vestito con gli abiti da lavoro. I due si guardano per un attimo in
cagnesco. Paolo è di passo veloce, ha i capelli impomatati, indossa
vestiti sportivi e tiene in mano le chiavi della sua motocicletta. Si
mette davanti a Vito che è ancora seduto sulle tavole di compensato
davanti alla macchinetta del caffè.
PAOLO: (con cipiglio austero, da padrone): Vito Renda?
VITO (alzandosi di scatto come una molla): sì.
PAOLO: sono le nove passate e sei ancora alla macchinetta del caffè!?
In fondo al mese il nostro titolare ci paga per essere sul posto di
lavoro alle sette e mezza precise! Capito?
VITO (abbassando lo sguardo, con timidezza): sì...
PAOLO (mantenendo il cipiglio austero ma ammorbidendo leggermente
il tono di voce): stavolta passa perché è il tuo primo giorno
di lavoro, ma bada bene che non si ripeta mai più. La pausa caffè è
dalle otto e quarantacinque alle otto e cinquantacinque. Chiaro?
Vito annuisce col capo, in silenzio e con ancora lo sguardo basso.
PAOLO (tronfio e impettito): allora Vito, stamani devi dare una mano
a quel cretino di Mocombo. Vai a bordo di questa barca, la commessa
30\07 (alza lo sguardo e indica la grossa prua quasi sopra le loro
teste), scendi in sala macchine e lo aiuti a resinare i basamenti dei
motori. Almeno inizi a prendere confidenza con gli attrezzi.
VITO (riacquistando un po’ di forza nel tono di voce): ma non vieni
anche tu a farmi vedere quello che devo fare?.
PAOLO: no! Ci pensa Mocombo! Io dovrei farcela a tornare per
oggi pomeriggio.
VITO: ma chi è Mocombo?
PAOLO: appena sali a bordo lo riconosci subito. Oltre a puzzare come un maiale ammarcito è l’unico negro che lavora in sala macchine.
VITO: ok. Allora io vado, ci vediamo dopo.
PAOLO (con indifferenza e sovrappensiero): sì... sì... ciao...
Vito si gira e con in mano la sua mascherina di cartone tenuta per
l’elastico, incomincia a incamminarsi verso la scala per salire a
bordo alla barca.
PAOLO: oh! (fischio) oh! (fischio) oh! come cazzo ti chiami PALERMO!
Vito, che aveva già percorso una quindicina di metri, si ferma e
capisce che il responsabile lo sta chiamando. Poi si volta nella sua
direzione.
PAOLO: prendi il cellulare che ti lascio il mio numero di telefono.
Vito si toglie il telefono di tasca e dopo aver pigiato qualche pulsante,
lo segna nella rubrica.
PAOLO (mostrando due dita della mano): uno, se per caso capitasse
il principale gli devi dire che sono appena uscito per andare a prendere
del materiale al magazzino. Poi subito dopo mi telefoni. Due,
se vuoi un consiglio da amico non parlare più con quello Zapata.
Quello è un fannullone e sicuramente qui dentro sarà il prossimo ad
essere licenziato.
Pausa.
VITO (col sorriso sulle labbra): ma chi era questo Zapata?
PAOLO (quasi stupito): come non sai nemmeno chi era Fernando
Zapata!? Allora sei proprio duro! Fernando Zapata era un tale che
nel 1700 uccise e mangiò due bambini appena nati giù in Messico,
a Las Plata per l’esattezza.
VITO (ancora sorridente): va bene capo. Allora ci vediamo oggi.
PAOLO: ciao.
Vito si volta nuovamente verso la scala e riprende a camminare.
Paolo, invece, si guarda attorno con aria furbesca e poi schizza al
di fuori della porta d’ingresso del cantiere navale.

domenica 24 marzo 2013

PRIMAVERA A MASSAROSA


Non so a cosa pensasse mentre lentamente saliva le scale. Come tutte le mattine indossava la solita maglia di cachemire con sotto la camicia acquistate sicuramente ai saldi di qualche grande magazzino. Capelli bianchi e riportati in qua e là a tentare di coprire i vuoti lasciati dal passare del tempo, tra i cinquantacinque e i sessanta, il professor Carminati teneva sotto braccio la sua vecchia cartellina di cuoio con dentro le verifiche appena corrette. Cose semplici, domande del tipo: what is your name? How old are you? What are you doing? The teacher’s car is red, eccetera. Una vera strage, specialmente sul gerundio progressivo e il genitivo sassone. Durante la correzione la punta rossa della stilografica era passata sopra le calligrafie ancora deformate dei suoi alunni, con l’impietoso menefreghismo della lama di una ghigliottina. Nel silenzio ovattato dell’istituto appoggiò la cartella sul davanzale della finestra del primo piano, l’aprì e si accese una sigaretta. Mentre un caldo sole primaverile gli invadeva le membra, il suo sguardo andò a posarsi sulla sua nuova berlina accuratamente parcheggiata fuori dal cancello della scuola. Notò con piacere che baciata dal sole di maggio, il rosso metallizzato della carrozzeria risplendeva come una palla di fuoco. Il sogno di tutta una vita. Lui che a certe forme ci aveva sempre tenuto, tra una boccata di fumo e l’altra, intanto che aspettava l’inizio della seconda ora, fece scivolare la mano sotto la maglia di cachemire e si allentò il nodo della cravatta. «Buon giorno professor Carminati.» sentì quasi rimbombare una voce alle sue spalle. Voltando appena la testa accennò un sorriso e dopo averla salutata con un leggero movimento del capo, vide sfilar via la supplente della professoressa d’italiano. Era una ragazza giovane, paffutella, non tanto alta, coi capelli neri riportati all’indietro in una lunga coda di cavallo e una vistosa collana di pietre verdi che lasca le ballonzolava sul petto. Non aveva alcun tipo di grazia, secondo il professore, proprio come quei sandali e quel lungo vestito dal sapore vagamente orientale che aveva indosso. Vedendola zampettare in tutta fretta verso le aule del secondo piano con una risma di fogli protocolli stretti al grembo, Carminati sentì un senso di disgusto invadergli le membra. I suoi sensi percepirono quella figura molto simile a una madre che allatta un bambino in pubblico, come un qualcosa di sporco. Aspirando con rabbia la sigaretta tornò così a guardare la sua palla di fuoco e subito ritrovò la calma. Dopo anni di sacrifici e risparmi, finalmente era riuscito a comprarsela pagandola tutto d'un botto. Tra qualche mese, quando poi avrebbe sintetizzato con un numero scritto sopra un foglio da appendere in bacheca tutte le frustrazioni, lui e sua moglie avrebbero preso e sarebbero sfrecciati ad abitare per qualche tempo nella loro villetta in montagna. E chi si è visto si è visto. Lui sì che era una persona tutta d’un pezzo, mica come quella precaria col tonacone che gli era appena passata davanti! A quella in una concessionaria non le avrebbero neanche fatto varcare la soglia. Conciata a quel modo era già tanto se aveva un tetto sopra la testa e una bicicletta per spostarsi e andare a lavoro. Dal suo collega di matematica infatti era venuto a sapere che, assieme ad un’altra ragazza, divideva l’affitto di un bilocale che avrebbero dovuto lasciar libero con l’approssimarsi della stagione estiva. Ad andar bene era anche lesbica. Una cosa vergognosa, continuava a rimuginare il profesor Carminati. Io alla sua età mica avevo i grilli per la testa, oltre ad avere una moglie e due figli, mi ero già comprato la casa e la mia prima automobile. Tutto a un tratto, facendolo quasi sobbalzare, il suono metallico della campanella strappò la prima ora e un monellesco brusio di voci invase subito il corridoio. Come un automa, con la stessa lena di un operaio svogliato che si appresta a stringere per la milionesima volta il solito bullone, il professore gettò via il mozzicone della sigaretta, chiuse la finestra e con la sua cartella di cuoio sotto braccio s’incamminò verso la II^ C. Al di là della porta ancora chiusa, sovrastata dagli schiamazzi dei ragazzi, a stento riconobbe la voce del suo collega di tecnica che stava elargendo i compiti per casa alla classe. Dopo qualche istante la porta si aprì e Carminati si trovò davanti agli occhi la mastodontica stazza del professor Morosini. Alto quasi due metri, con la barba incolta e i capelli lunghi fin sotto le scapole, questi lo salutò appena con un cenno del capo e poi corse subito via. Un altro di quegli scansa fatiche pieni di grilli per la testa, pensò il professore d'inglese mentre con cipiglio austero guadagnava il suo trono dietro la cattedra. La classe intanto si era zittita di colpo. Come un sergente che passa in rassegna un plotone di piccoli soldati, Carminati squadrò la sua truppa di sentinelle tutte impettite e sugli attenti. «Sedetevi.» disse aprendo la sua cartellina di cuoio. Accompagnati dal suono stridulo dei gambi delle sedie sul pavimento, i militari si sistemarono subito al loro posto di combattimento. I più bravi, quelli delle prime file, avevano già fatto il cambio dell’arma e tenevano aperto sul banchino il libro e il quaderno d’inglese. Questi gli erano anche simpatici, specialmente dopo aver visto i loro genitori venirli a prendere a scuola col SUV o la berlina di grossa cilindrata. Loro, al contrario di quelli delle ultime file che erano per lo più figli d'immigrati e d'operai, sicuramente avrebbero avuto un futuro brillante. «Vi ho riportato le verifiche.» ghignò l’insegnante lanciando lo sguardo sarcastico in piccionaia . «E come sempre tranne i soliti quattro o cinque, tutti gli altri hanno preso la solita insufficienza.» Con fare meccanico e rilassato Carminati prese a chiamare gli allievi, uno per uno. Approfittando del momento d’inerzia dell’insegnante, dalle ultime file iniziò a sollevarsi un leggero brusio. Un gruppetto di ragazzi quel pomeriggio era stato invitato a casa di Revi per il suo compleanno. Niente bigliettini d’invito stampati al computer, niente stanze prese in affitto, niente palloncini o clown per intrattenere il piccolo pubblico. La festa, spiegava Revi con una certa fierezza, sarebbe iniziata alle tre a casa sua, ci sarebbe stato il dolce fatto da sua madre e la bibita del supermercato. Poi tutti a giocare a pallone nei campi.
«Io sono ragazza, non giocare a pallone.» sussurrò la piccola Matoub nel suo italiano stentato.
«Allora la mettiamo in porta.» disse Lisimanni, il suo compagno di banco, sporgendosi leggermente col busto verso la nuca che aveva davanti.
«Va bene.» confermò il festeggiato. «Però io voglio essere in squadra con Martins, lui è brasiliano. Cinque titoli mondiali...»
«SILENZIO!» tuonò d’un tratto il professor Carminati battendo il pugno sopra la cattedra. «Tu Matoub cosa hai da dire che non riesci neanche a parlare l’italiano. tornatene al tuo paese!»
Il gelo scese sopra la classe. La piccola Matoub, ormai abituata a certe scenette, si alzò in piedi e con uno strano sorriso dipinto sul volto chiese scusa a tutta la classe. Il professor Carminati, sentendosi offeso da questo atteggiamento a dir suo irriverente, andò su tutte le furie.
«Come ti permetti di sorridere!?» iniziò a sbraitare alzandosi dalla cattedra. Poi in un silenzio tombale, scese dal piccolo pulpito e a grandi falcate iniziò a percorrere il corridoio tra le due file di banchi.
«Lei è una sporca testa di cazzo.» sentì dire ad un certo punto. Carminati si irrigidì di colpo, come un manganello. Col volto contratto in una maschera fatta di odio e terrore riconobbe d’acchito la vocina che gli era appena sibilata alle spalle. Subito, come un computer impazzito, allora le fece la radiografia: Ghirlandi, ripetente, padre disoccupato e iscritto al sindacato, madre casalinga e lavoratrice ad ore. Macchina... macchina, una vecchia vecchia FIAT Panda tenuta assieme col fil di ferro. Poi, con la bocca contratta e dopo aver inspirato profondamente col naso, gridò: « Ghirlandi, adesso io e te andiamo dal preside!» A sentir quelle parole la ragazzina fece stridere i gambi metallici della sedia sul pavimento e si alzò subito in piedi. Tesa, col capo chino e lo sguardo basso, i lunghi capelli corvini le ricadevano davanti coprendole il volto. Indossava una maglietta rosa con sopra disegnata una scimmietta, un paio di pantaloni di jeans e a stento riusciva a trattenere il tremore del corpo. Sotto gli sguardi attoniti dei suoi compagni di classe, Carminati la prese malamente per mano e con passo da marcia, la costrinse a seguirla fuori dalla porta, nel corridoio, oltre l’androne delle scale e poi giù fino all’ufficio della presidenza. La ragazzina, scortata dal nervoso ticchettio dei passi che rimbombavano nel vuoto dell'istituto, però tutto sommato -a parte l'imbarazzo iniziale- non aveva paura.
“Quando vedi qualcosa d’ingiusto ribellati, sempre...” gli dicevano di continuo i suoi genitori. “Al resto poi pensiamo noi grandi.”
E con questa oscura certezza nel cuore, la piccola Ghirlandi alcuni minuti dopo si trovò di fronte al preside, un ometto basso e magro, col cranio raso e la mascella leggermente squadrata. Intanto che con una strana e a lei sconosciuta voce melliflua il professor Carminati illustrava al proprio superiore la propria versione dei fatti, la ragazza, ancora col capo chino e i capelli sugli occhi, si guardava intorno con aria smarrita. Forse, visto che sui libri di scuola certe cose non le trovava mai scritte, proprio in quella circostanza capì per la prima volta che cosa intendessero dire suo padre e sua madre. Allora si fece forza e col suo sguardo di ragazzina iniziò a sbirciare il volto austero del preside, il fare succube dell’insegnante, i fogli perfettamente impilati sulla scrivania e racchiusi dentro a tante cartelline di cartone colorate. Appese alle pareti riconobbe le fotografie del Presidente della Repubblica e del nuovo papa, quello eletto da poco e di cui non riusciva mai a ricordarne il nome. La litania del professor Carminati continuava quasi con cadenza liturgica e lei, ancora di sottecchi, andò con lo sguardo oltre la finestra aperta dietro alle spalle del preside.
«Ghirlandi, certe cose non si fanno!» tuonò il preside, appena il professore
ebbe finito di parlare. «Verrai sospesa per tre giorni e quando rientri mi porti questo firmato da tuo padre e tua madre. Ma che razza di educazione ti han dato i tuoi genitori!?» Nel prendere il foglio che il sig. preside le stava porgendo da dietro la scrivania, un dolce odore di fiori le invase le narici. Alzando la testa, molto diversa da quella con cui suo padre ogni mattina l'accompagnava a scuola, Ghirlandi vide una macchina rossa simile a una palla di fuoco e poco più il là, nel giardino dell’istituto, tra un altalena e una giostra ormai in completa balia della ruggine, s’accorse che le piante e l’erba finalmente eran fiorite. A Massarosa finalmente era esplosa la primavera.

domenica 10 marzo 2013

IN MEMORIA DI C.B.


Quando aprii la porta di casa e lo vidi seduto sulla sedia con in mano una lametta ad armeggiare attorno alla coscia proprio all'altezza del femore, non mi ci volle poi molto per capire che cosa era successo. Ai piedi del tavolo, tutta intrisa di sangue, giaceva ancora la siringa con l'ago spezzato. Poco più in là, sul pianale di marmo della cucina vicino a un posacenere stracolmo di mozziconi e a una bottiglia avviata di whisky, avvolta nella pagina del giornale locale, faceva capolino la campana d'ottone della sua Martin. Quella sera lui e N. avrebbero dovuto suonare assieme a F. in un famoso locale della zona e adesso, come se già a rompere le scatole non bastasse questa cazzo di afa, con la gamba conciata a quel modo sarebbe stato un vero e proprio casino. Merda! Senza perdere un altro momento arraffai il primo straccio che riuscii a trovare a portata di mano e iniziai a tamponargli la ferita. S'era fatto proprio un bel taglio. Dopo avergli ripulito per bene tutta la gamba gli chiesi come adesso avrebbe voluto risolvere la faccenda. La punta dell'ago era ancora dentro, lo squarcio era lungo e profondo e io gli feci notare che non ero né un sarto e né tanto meno un dottore. Dopo aver posato la lametta sul tavolino C. sbirciò di sottecchi la sua tromba e mi disse: <<l'importante è non andare all'ospedale>>. Con un marcato accento americano, anche se batteva sulla sessantina, aveva ancora il tono della voce che profumava d'adolescenza, di belle ragazze e di sfreccianti macchine veloci con la cappotta abbassabile.
Su questo non avevo alcun dubbio, gli sussurrai guardandolo dritto negli occhi. Un altro di quei titoloni sul giornale ora era l'ultima cosa di cui C. aveva bisogno. L'ultima volta, circa una ventina d'anni prima, una faccenda del genere era finita con un lungo periodo di ferie a San Giorgio. Dalla porta di casa entrava una sbarra di sole grossa quanto una trave; e mentre io me ne stavo in questa cucina con un amico strafatto e con una gamba ridotta a brandelli tra le mani, là fuori come se tutto questo fosse normale il mondo proseguiva a festeggiare l'estate. Buffo, pensai. Ma non c'era un momento da perdere, il sangue continuava a sgorgare copioso dal taglio e lo sguardo di C., forse per la roba o forse per il troppo plasma perduto o forse per entrambe le cose, sembrava stesse preparando i bagagli. Dopo avergli fasciato alla meglio la gamba con uno straccio pulito, lo trascinai fuori di casa e lo imbarcai subito in macchina. Sistemato sul sedile del passeggero ingranai la prima e in mezzo a nuvolaglie di biciclette e sorridenti cosce abbronzate, mi diressi verso lo studio del dottor Moscardini. Da lì era lontano giusto cinque minuti. Durante il tragitto C. tolse la benda e riattaccò ad armeggiare attorno allo squarcio a caccia del piccolo inquilino d'acciaio; e dopo avermi ribadito ancora una volta di non voler essere portato per nessuna ragione al mondo all'ospedale, mi disse di stare tranquillo che nella sua vita ne aveva passate di peggio. Come quando quella volta in America un nero a cui doveva dei soldi gli fracassò la bocca con una sassata e dovette così imparare a suonare la tromba senza i denti davanti. Queste sono mica cazzate, altro che un aghetto troncato in una gamba. Arrivati allo studio del dottor Moscardini parcheggiai la mia 126 e lo aiutai a scender di macchina. La ferita era stata riattizzata e la gamba di C. era nuovamente tutta sporca di sangue. Nonostante la cappa dell'afa, magliette sudate e appiccicate alla pelle e odore dolciastro nelle narici, erano le uniche due cose che quel giorno non avevo messo nel preventivo. Quel pomeriggio morso dal sole di luglio -pur se quelle non erano le spiagge della Pacific Coast Higway- infatti lo ero andato a trovare per dirgli soltanto se voleva venire al mare per darsi una rinfrescata e bersi una birra. E invece, dopo neanche dieci minuti, mi ritrovai a bussare come un forsennato all'ambulatorio del dottor Moscardini coi colpi che rimbombavano cupi a mo di mitraglia nel vuoto dello studio. Non c'era proprio nessuno, nemmeno un paziente. Tutti, compresi i virus e i germi, avevano ben ragionato d'andarsene al mare. O meglio: tutti tranne C.B. Stufo di star a sbucciarmi inutilmente le nocche su una porta di legno massello e stanco di veder C. rantolare attorno ai brandelli di quel cazzo di taglio, abbassai la maniglia e di peso lo trascinai dentro. Ma non feci neanche due passi e subito m'accorsi che quel pomeriggio avevo decisamente tutto l'oroscopo contro: ubriaco come una giubba il dottor Moscardini ronfava sdraiato braccia a croce sopra la lettiga del suo ambulatorio neanche fosse un leone che s'è appena sbafato un rinoceronte africano. Neppure a farlo apposta, con una maglietta colorata e dei pantaloni bianchi di lino, quel figlio di puttana sembrava proprio un turista. Fasciati da due mocassini i piedi gli sbordavano fuori dalla lettiga e i raggi del sole che filtravano dalla grossa vetrata, dopo aver rinterzato sul bianco delle pareti, andavano a sbattergli sul viso facendogli pure oscurare le lenti degli occhiali da vista. Cazzo, sì: pareva proprio un fottuto bagnante. Non sapendo che fare misi C. a sedere sopra la sedia di pelle che si trovava dietro la scrivania e incominciai a scrollare il dottore. Niente, come morto. Al solo pensiero che adesso sarebbe potuto entrare qualche paziente, mi misi a ridere quasi da pisciarmi nelle mutande. Avere C.B. come medico quando non era alle prese con la sua Martin, era sicuramente una faccenda che non avrei augurato neanche al mio peggior nemico. Improvvisamente però mi prese il nervoso e proprio mentre stavo pensando di andarmene mollando lì entrambi i bastardi a smaltire da soli i loro viaggi, vidi C. alzare al cielo la mano tutta intrisa di sangue. Incollato sul dito indice aveva il pezzo dell'ago che frustato dai raggi del sole brillava come un diamante. Dopo aver tirato un sospiro di sollievo e lasciato il dottor Moscardini al suo sonno animale, aprii la vetrina dove teneva le medicine e in mezzo a una miriade di scatolette di pasticche e flaconi, tirai fuori un kit da pronto soccorso. Dentro fortunatamente c'era tutto quel che serviva: acqua ossigenata, bende, garze e cerotti. Medicai alla meglio la ferita al mio amico e una volta alzato di peso e trascinato nuovamente fino alla macchina, dopo qualche minuto già era bello e che steso nel suo letto che ronfava peggio del dottor Moscardini. Adesso finalmente potevo andarmene a fare quel cazzo di bagno al mare. Prima di uscire di casa e rimontare sulla 126 per recarmi alla spiaggia presi una sigaretta da un pacchetto di Marlboro che C. aveva lasciato accanto al posacenere pieno di cicche, mi feci un goccetto di whisky e accarezzai la campana della Martin che fuoriusciva direttamente dalla carta stampata. Toccare con mano quell'astruso marchingegno che tutte le sere trasformava l'angoscia in un qualcosa di tenue, soffice e caldo come il velluto, fu un emozione che francamente non so riportare nero su bianco. Con la colonna vertebrale scossa da un milione di piccole scariche elettriche che mi s'irradiavano lungo tutti i muscoli del corpo uscii di casa, per farvi poi ritorno con N. solamente qualche ora più tardi. L'orizzonte del cielo infiammava d'arancio e una sottilissima brezza di grecale ridonava al mondo e agli abiti svolazzanti delle signore un po' di quella frescura che il sole gli aveva tolto durante tutta l'intera giornata appena trascorsa. Trovammo C. già pronto con la Martin ancora avvolta nella carta del giornale sotto braccio. Aveva l'aria riposata e tranquilla come se anziché essersi fatto una pera e sbranata una gamba con una lametta da barba, fosse quel pomeriggio davvero venuto al mare con me a farsi un bagno e a bersi una birra. Andammo così a mangiare nella solita pizzeria sul Viale a Mare dove F. ci stava già aspettando da quasi mezz'ora. Al tavolino, dentro il locale pieno di gente, di quanto avvenne quel pomeriggio io e C. non ne facemmo parola. Mai i fatti fin qui raccontati sarebbero entrati a far parte di una delle tante biografie a lui dedicate, scritte e pubblicate dopo la sua morte. Poi dopo circa un'oretta, sotto un cielo fresco e trapuntato da stelle lucenti e affilate come milioni di gemme, C., N. e F. salirono sul palco davanti a una folta e abbronzata platea agghindata in succinti abiti a fiori. E il soffio profondo dell'anima di C.B. consegnò un'altra serata alla storia.

venerdì 8 marzo 2013

I racconti di Nick Belanes

Lo Zingaro.

Forse tutti avrebbero smesso di chiamarlo Lo Zingaro, pensava Andrea Roianni il primo giorno di lavoro mentre con passo sicuro s'avvicinava a una scala ricoperta da un invisibile strato di ghiaccio. Proprio l’altra mattina, nella piazza di Medusa, prima che il banditore iniziasse a parlare, Andrea si era dato l’ultima possibilità: o questa è la volta buona, si era detto in maniera molto lucida e concreta, o stavolta mi tiro di sotto dalla scogliera. Mentre guardava di sottecchi la piccola folla radunarsi attorno al tavolo ancora vuoto del banditore, Andrea si defilò pian piano in disparte verso la balaustra che recintava la piccola piazza. La cinse e con lo sguardo ora puntato in basso sul rompersi nervoso delle onde del mare sopra gli scogli e ora in alto verso l'orizzonte del cielo, sentì il freddo del ferro quasi tagliargli le dita. Intabarrato in una pesantissima pelliccia di finto montone, con in testa un berretto di lana e con legata al collo una sciarpa che gli copriva buona parte del volto, il banditore come ogni altra volta, staccato dal palo il vecchio cesto di vimini con dentro i nuovi annunci da leggere, si diresse con passo flemmatico verso il suo tavolo. Era una gelida mattina dal sapore spettrale e, anziché la primavera, il pazzo mese di marzo aveva portato con sé un freddo che raramente da quelle parti si era mai sentito. Col maestoso baluardo delle gobbe Apuane spruzzate di neve e appena baciate da qualche stanco raggio di sole, e con l’odore del salmastro così denso e pesante da riuscire a inebriare anche i morti, tutto il mondo sapeva ancora d’inverno. Un secco e sottile vento di ponente pungeva la faccia e lo Zingaro, stringendosi il bavero al collo, cercò nello specchio plumbeo del mare agitato i volti di sua moglie e suo figlio. Se anche quella mattina non fosse riuscito a trovare un lavoro, continuava a pensare avvinghiato alla sua balaustra, dopo quasi tre anni di disoccupazione la vita o la morte sarebbero divenuti solamente inutili dettagli. Stretto a quel pezzo ferro gelato e con le mani incendiate dal freddo, sicuramente, continuava a rimestare i pensieri lo Zingaro, in un modo o nell'altro la famiglia sarebbe andata avanti pure senza di lui: sua moglie era una bellissima donna di trentatré anni e poteva benissimo rifarsi una vita e suo figlio... (qui però ad Andrea prese un piccolo magone che in maniera dirigenziale ricacciò subito dentro lo stomaco) e suo figlio aveva appena due anni e non si sarebbe accorto quasi di niente. Vedendo la goffa figura del banditore attraversare la piazza, la folla, sparpagliata finora come una manciata di biglie lungo la piazza, si dispose ordinatamente a ferro di cavallo attorno al tavolo dove tra poco avrebbe deposto l’urna di vimini. E mentre anche Andrea sbirciava di sottecchi questo passeggio, dopo aver rimuginato sulla famiglia, il cervello gli andò al sindacato, alle battaglie intraprese e a tutti i posti di lavoro da cui era stato direttamente o indirettamente cacciato. Decise così, per dirla con altre parole, di concedersi un’ultima e disperata probabilità di sopravvivenza. <<Se mi fai trovare lavoro..>> sussurrò muovendo impercettibilmente le labbra e alzando gli occhi al cielo, <<se mi fai trovare lavoro giuro che la faccio finita con scioperi e assemblee. Tanto (e questo, chinando il capo sul petto, lo disse a se stesso) certe faccende non sono mai interessate a nessuno>>. Con le gambe mentalmente già oltre la ringhiera di ferro e col corpo percorso da sottili e calde scosse di cariche elettriche, Andrea notò il banditore salire sopra un piccolo trespolo di legno situato ai piedi del tavolo e che lì per lì neanche aveva notato. Non era tanto alto; giusto un paio di scalini ottenuti inchiodando assieme qualche tavoletta tutta scrostata d'abete, per far sì che il suo capo sporgesse su tutte le teste del mondo. Avvicinandosi un poco a dove s'era accalcata la piccola folla, lo Zingaro subito vide il banditore calarsi la sciarpa dal volto e mischiare i messaggi dentro la cesta di vimini. In mezzo a un paradossale silenzio quasi assordante, quel fiato che ogni mattina decretava gioie e tristezze per l'una o per l'altra persona, prima di far sentire il suo suono cavernoso e profondo, si materializzò davanti agli sguardi assonnati di tutti i presenti in due sbuffi biancastri che al contatto col freddo dell'aria subito ricaddero ai piedi del tavolo sotto forma di piccoli stilli di gelo. <<Uno... >> incominciò subito dopo il banditore con la sua voce tuonante: <<Vendo set di padelle usate ma ancora in buono stato>>. Poi, dopo aver sistemato il talloncino di carta tutto spiegazzato che aveva appena estratto dalla cesta di vimini in bella vista sopra il tavolino, continuò: <<due, cerco discografia completa dei Dogs d’Amour, sono disposto a pagare anche di più del valore di mercato. Tre... sindaco saccone piendimmerda dimettiti!!! Firmato: un ammiratore segreto. Quattro... vendo carciofi a un euro al chilo. Rivolgersi direttamente al signor banditore. Max cinque chili>>. Qui, intanto che sistemava gli annunci appena letti sotto un ferma carte a forma di sfera, la voce del banditore si fermò alcuni istanti e con lo sguardo alto e imperioso andò a setacciare la folla in cerca di mani levate. <<Io ne prendo due chili>> disse una donna con dei lunghi capelli bianchi ancora arruffati dalla nottata appena trascorsa. Un vecchio giaccone di sartoria rattoppato sui fianchi ma che ancora la rivestiva a pennello, dimostrava che un tempo aveva conosciuto periodi migliori. Per fisionomia e corporatura non era né bella e né brutta, né alta e né magra. D'età non definibile, per dirla in due sole parole, pareva una donna costretta a economizzare la paga di un marito leggermente più fortunato d'Andrea. <<Io allora prendo gli altri tre chili. A un euro non si trovano nemmeno al mercato>> disse di seguito quella che solo d'apparenza pareva una giovane sposa. Al contrario della donna che aveva appena parlato, teneva un tono di voce alto e squillante simile a un passo di carica ed il volto, nonostante l’ora di prima mattina, era già truccato in maniera perfetta. La gente prese a scrutarla con non poca malizia e dei risolini che ben facevano intendere il mestiere della signora, si levarono al cielo facendo increspare la folla. Con fare distaccato e da vero professionista il banditore prese nota degli ordini e dopo essersi divertito a veder condensare il suo fiato nuovamente in tanti piccoli cristalli di ghiaccio, riprese a rovistare nell’urna. <<Cinque...>> ancora rimbombò sicura per tutta la piccola piazza la solita voce, <<vendo scooter Garelli 50 al miglior offerente. Soli duemila chilometri, revisionato. Sei... caro signor sindaco volevo dirle che la sua signora se la fa con mezza Medusa. Cordiali saluti: un amico di sua moglie. Sette... Lara volevo dirti che sei tutta la mia vita. Auguri di buon compleanno dal Tuo per sempre Matteo>>. Al sentir quest’ultimo annuncio, un’indicibile sensazione d’amaro invase lo Zingaro. Fino a che tutto non mi crollasse addosso, pensò Andrea col sorriso scolpito sul volto, anche io e mia moglie ci scambiavamo messaggi del genere durante il bando. E poi a casa facevamo l’amore, l’amore quello che quando si fa si sente tremare tutta la terra. Mentre adesso... adesso è già tanto se ci scambiamo un saluto... e...<<Dieci... sei manovali per cantiere edile a Viareggio, cercasi. Chiunque fosse interessato deve rivolgersi subito all’ ingegner Picchi, via Spardiglia centotrentadue Viareggio>>. La voce del banditore rintronò nella testa dello Zingaro come se qualcuno ci avesse tirato dentro una bomba. All’udir quelle parole tutti i cattivi pensieri che gli albergavano l'anima furono scompigliati, e la vita subito riaprì quelle chiuse che ormai da tempo erano strette e serrate. Di botto. E quella stessa calma glaciale con cui aveva appena pianificato la morte, in maniera quasi del tutto incondizionata, iniziò subito a vacillare sotto le bordate di enormi cavalloni di gioia. Dopo aver guardato con apprensione che nessuno dei presenti rompesse le fila, prima di saltare in macchina e dirigersi a palla di schioppo ad abbracciare la sua rinata esistenza, ascoltò altri due annunci senza sentirli; poi, tenendo a freno la corsa, come se qualcuno gli avesse già detto che uno di quei posti era proprio per lui, lo Zingaro prese il telefono e con una contentezza che ormai pensava di non riassaporare mai più, gridò negli orecchi a sua moglie che finalmente aveva trovato un lavoro. Ma una settimana più tardi, sotto la neve, mentre lentamente saliva con passo tremolante i gradini gelati di quella maledetta scala di ferro, Andrea Roianni, sentendosi montare in corpo quell’emozione che ahimè ormai ben conosceva, comprese all’istante come sarebbe andata a finire. “Tutto questo non ha senso”, pensò una volta arrivato sul tetto “se per lavorare ad ogni passo devo rischiare la vita, tutto sommato sarebbe meglio farla finita per sempre”. Con intensità molto maggiore, quella stessa sensazione di gioia provata la mattina del bando, impossessandosi di ogni più recondito anfratto dell'anima, piolo dopo piolo adesso s'era rifatta viva sotto forma di un'angoscia opprimente. Oppressione, questa, molto simile a quella che deve provare un topo che si rinfila in una trappola del tutto uguale (o forse anche peggiore) a quella da cui era certo di essere appena riuscito a fuggire. Andrea Roianni detto Lo Zingaro, così, complice forse la neve e quella maledetta scala così scivolosa e traballante che aveva appena salita, decise che non appena fosse finito il turno sarebbe subito andato dal suo nuovo principale e gli avrebbe spiegato come realmente stavano le cose. Suicidarsi perché non si aveva un lavoro, continuava ad arzigogolare sopra quel tetto anch'esso scosceso e sdrucciolevole quanto quell'arnese di ferro che tanto lo aveva fatto patire, era uguale a rischiare ogni volta di scivolare da una scala gelata e rompersi l’osso del collo. Sicuramente, per una banale questione di dignità, minore era la sofferenza e l'umiliazione che un uomo si trovava costretto a subire. Conscio perciò del diritto di potersi scegliere almeno la morte ripensò allora agli scogli sotto la balaustra che cingeva la piccola piazza di Medusa dove aveva udito per l'ultima volta la voce del banditore. Si sentì risollevato. Col volto e le mani arrossate dal freddo, Andrea Roianni detto lo Zingaro, chiuse gli occhi, allargò le braccia e rischiando di sfracellarsi al suolo con uno strano sorriso scolpito sul volto, inarcò la schiena tirando indietro la testa. Stancamente aveva ripreso a nevicare e dei piccoli granelli d'aria gelata, rimastegli incastrati tra i lunghi e ispidi peli della barba come tanti piccoli granelli di sale, almeno per alcuni momenti gli parve riuscissero a raffreddare quella informe e bizzarra onda di fango che gli stava soffocando il respiro. Poi mise una mano dentro la tasca mezza sfondata del suo vecchio giaccone da lavoro, sentì la rassicurante forma spigolosa del pacchetto di Marlboro bucarli la pelle intirizzita dal gelo, e per la prima volta il suo cervello razionalizzò che quel nuovo figlio di puttana per il quale stava lavorando nemmeno gli aveva dato dei guanti. <<That’s life>> sogghignò accendendosi una sigaretta. E mentre avidamente aspirava il male che lo stava corrodendo per ricacciarlo fuori in caldi e rassicuranti sbuffi di fumo, lo Zingaro, chiedendosi di come a lui che aveva anche studiato fosse poi potuta andare a finire a quel modo, si guardò attorno con aria spaurita. Tutto, sotto quell’inusuale e plumbeo cielo di marzo, era ricoperto da una sottile coltre di neve biancastra: il tetto spiovente sul quale era appena salito, gli attrezzi e i pannelli solari accatastati alla rinfusa ai suoi piedi e che nonostante il mal tempo avrebbe dovuto montare, gli alberi intorno, le auto parcheggiate lungo la strada, quel cazzo di scala di ferro arrugginito, i monti alle sue spalle e ogni altra sorta di ammennicolo urbanistico; ogni forma di vita, dicevo, era accarezzata da un bianco sudario che per un suo vezzo speciale il buon Dio aveva deciso di spargere su tutto il mondo. Sospinte dalla perturbazione, strappandola al bianco e facendo ritornare normale il colore della spiaggia, le infuriate onde del mare si abbattevano sulla costa riappropriandosi di quello che gli apparteneva come diritto. “Ecco cosa dovrebbero fare anche gli uomini”, sognò lo Zingaro godendosi dall’alto anche questo spettacolo. “Se tutti i lavoratori anziché chinare sempre la testa facessero invece come le onde del mare, poveri e ricchi potrebbero andare tutti in pensione”. <<Andrea... Andrea!>> si sentì poi tutto a un tratto chiamare dal basso. <<Vieni giù che ieri ho dimenticato di portare sul tetto il frullino e la prolunga>> disse il suo nuovo collega che era rimasto sopra il furgone a bersi il tè caldo che teneva nel thermos. Per Andrea Roianni detto lo Zingaro, anche se già aveva deciso circa al proprio futuro, era pur sempre quello il primo giorno del nuovo lavoro e per dimostrare specialmente a se stesso di quanto fosse immeritato quel suo soprannome, con quella disumana rabbia dentro alle viscere di cui sopra abbiamo discorso, decise di comportarsi come avrebbe fatto qualsiasi altro lavoratore che si fosse trovato nelle sue condizioni. Dopo aver dato ancora un ultimo sguardo a quella lontana e sottile striscia marrone che spumeggiante divideva senza alcuno ritegno il bene dal male, Andrea gettò via la sua Marlboro e fatti alcuni incerti passetti sul tetto spiovente e gelato iniziò a ridiscendere quella scala che non senza rischio e fatica il suo nuovo preposto gli aveva appena fatto salire. Scesi i primi pioli, fermatosi un attimo per acquistare sicurezza nel movimento, guardò in basso e vide il collega più anziano comodamente seduto al posto di guida del camioncino a sorseggiare il suo tè. <<Dai muoviti che bisogna sbrigarsi col lavoro. Mi ero dimenticato di portar su la roba!>> questi gli urlò nuovamente, abbassando velocemente il finestrino per poi richiuderlo subito dopo. Quelle parole gridate in mezzo ai fiocchi di neve andarono a schiantarsi sul corpo d'Andrea come una frustata. Il non sottostare a questo genere di umiliazioni, da sempre era stato per lui quello che sua moglie chiamava “una rovina”. Col corpo tremante di rabbia quindi lo Zingaro riprese nella discesa. Una volta arrivato a terra avrebbe aperto la porta del furgoncino, infilato il thermos nel culo al proprio collega e dopo avergli spiegato così in cosa consisteva l'educazione, sarebbe andato a consegnare le dimissioni al suo nuovo datore di lavoro e a compiere poi quella cosa che ormai anche noi conosciamo. Questo, senza diritto di replica, sarebbe stato il suo ultimo intendimento. Ma con la mente annebbiata da tutta quella vibrante furia che teneva tra i nervi, con la neve e col vento che adesso si erano fatti più forti, ad Andrea Roianni, mentre allungava una gamba per discendere un altro piolo, slittò senza che nemmeno se ne accorgesse il piede d'appoggio. Tutto d'un tratto, con l'amaro in bocca di chi comprende che mai riuscirà a portare in fondo un proposito, lo Zingaro capì immediatamente che la sua esistenza stava per fare i bagagli. “Ecco ci siamo” sorrise lo Zingaro, sentendosi mancare la vita sotto il tallone. Era un qualcosa che bene o male aveva sempre aspettato, o che sapeva benissimo che in ogni momento gli sarebbe potuto accadere. Tanto per intenderci un po' meglio: come quando si aspetta un vecchio amico in ritardo ad un appuntamento, o qualcosa del genere. Poi, cercando inutilmente di aggrapparsi allo scuro manto del cielo, Andrea Roianni sbatté le braccia come fossero ali di piombo e prese a cadere. “Tra poco sarò libero” rimuginò mentre con la coda dell’occhio vide il suo collega gridare da dietro il vetro del camioncino portandosi le mani alla testa. Il tè caldo, almeno quello, sicuramente gli deve essere andato di traverso. Ninnato da un noiosissimo fracasso metallico che niente lasciava sperare a ogni sorta di compromesso, lo Zingaro, prima di chiudere gli occhi per sempre riuscì solo a pensare di come la vita fosse stata bizzarra: appena ieri sera, mentre faceva l’amore assieme a sua moglie, dissipato in quell’attimo dove inferno e paradiso sono soltanto il fremito di un momento, dopo tanto tempo aveva finalmente risentito sotto il suo corpo tremare la terra. Poi un ultima boccata di gelida aria pungente andò a gonfiargli i polmoni. “Così almeno mia moglie potrà dire a mio figlio che suo padre no, non era uno Zingaro” pensò poi nell'ultimo istante Andrea Roianni, prima di chiudere gli occhi per sempre.